Scrivere un villain è una questione di funzione. Scrivere un buon villain è una questione di conflitto. Scrivere un villain meta, invece, è una questione di responsabilità.
Responsabilità verso il mondo narrativo che stai costruendo.
Responsabilità verso il lettore.
Responsabilità, soprattutto, verso le regole invisibili che tengono insieme la sospensione dell’incredulità.
Il meta non perdona. È un bisturi, non un martello. Se lo usi male, la storia non “si incrina”: collassa.
Ed è per questo che Rexon Vale è interessante. Non perché sia “consapevole di essere in una fanfiction”, ma perché tratta la narrazione come un fenomeno reale, studiabile, sfruttabile, industrializzabile. Vale non rompe il quarto muro. Lo considera una parete portante e decide di abbatterla solo dopo aver capito dove passa il carico.
Nel Lonnieverse esiste l’aura: un’emanazione dell’essenza degli individui, qualcosa che non è solo energia, ma identità condensata. Non è un concetto astratto, non è una metafora buttata lì. È una legge del mondo. E come tutte le leggi, prima o poi qualcuno prova a monetizzarla.
Rexon Vale nasce qui. Non come idea brillante, ma come conseguenza inevitabile.
È il CEO di una società di robotica che ha partecipato a progetti troppo grandi per restare puliti: supercomputer impiantati nel cervello umano, città sospese nel cielo come Skytopia, sistemi che richiedono più energia di quanta il mondo “normale” possa fornire.
A questo punto, in molte storie, Vale sarebbe semplicemente “il CEO corrotto”. Carismatico, intoccabile, magari con un sorriso rassicurante e qualche cadavere nell’armadio.
Ma Rexon Vale è solo la facciata.
La parte davvero interessante è ciò che succede quando un personaggio come lui arriva all’apice. Quando ha già vinto tutto ciò che il sistema gli consentiva di vincere. Quando non esiste più un climax, né una tensione, né una posta in gioco che lo faccia sentire vivo. È lì che nasce la sua vera ossessione.
Vale non è affascinato dal potere. È annoiato dalla sua prevedibilità.
Ed è qui che entra in gioco il meta, fatto bene.
Rexon Vale capisce qualcosa che nessun altro personaggio capisce fino in fondo: i protagonisti sono gli esseri più potenti che esistano, non perché siano “migliori”, ma perché la struttura narrativa li protegge, li spinge avanti, li carica di aura. Il protagonista è un’anomalia statistica permanente. Cade e si rialza. Perde e ritorna. Viene spezzato e continua.
Vale non lo invidia. Lo studia.
Studia Wolf, Saria, Lilith (le colonne portanti della mia serie).
Studia la loro potenza.
Nel suo modello mentale, il mondo non è diviso tra buoni e cattivi, ma tra personaggi “portanti” e personaggi “sacrificabili”. E se l’aura è l’emanazione dell’essenza, allora l’aura dei protagonisti è una risorsa ad altissima densità. Da qui nasce l’idea più disturbante del personaggio: andare a caccia dei protagonisti, imprigionarli, estrarre la loro aura e usarla come carburante per progetti impossibili.
Skytopia non è solo una città. È un monumento alla rapina narrativa.
Ed è qui che il villain meta smette di essere un giochino intellettuale e diventa inquietante sul serio. Perché Vale non vuole distruggere le storie. Vuole svuotarle. Vuole usarle fino a lasciarne solo l’involucro.
Questo è un punto cruciale: un villain meta efficace non odia la narrazione. La ama, nel modo sbagliato. Come si ama una macchina perfetta che si vuole smontare pezzo per pezzo per vedere fin dove può arrivare.
La responsabilità meta di Rexon Vale nella distruzione di Justin Shield: Ace Attorney (di Alessandro Bolzani) è uno degli esempi più riusciti di questo approccio. A livello reale, la fanfiction non va oltre il terzo caso. A livello narrativo, il motivo è devastantemente semplice: il protagonista viene rapito per anni. Senza protagonista, la storia non può avanzare. Non perché “lo dice l’autore”, ma perché la struttura narrativa collassa davvero.
La storia ha smesso di esistere perché Vale ha catturato Justin e l’ha usato per alimentare Skytopia.
Qui il meta funziona perché non viene spiegato: viene dimostrato.
Il lettore non assiste a una strizzata d’occhio. Assiste a una perdita. Capisce, magari in modo scomodo, che le storie possono morire anche dall’interno. Che non sono eterne. Che possono essere spezzate se qualcuno colpisce il punto giusto.
Quando Rexon Vale viene sconfitto la prima volta dall’unione disgiunta di vari protagonisti — su piani diversi, legali e fisici — la storia fa un’altra scelta intelligente: non lo elimina. Perché un villain meta non può essere liquidato con una vittoria tradizionale. Non sta giocando la stessa partita.
Vale perde una battaglia, ma non rinnega la sua tesi.
E infatti il vero orrore arriva dopo.
Rexon Vale è consapevole che il Lonnieverse è una derivazione. Non di un antenato generico, ma di Phoenix Wright. Capisce che finché quella “fonte originaria” esiste, esisteranno sempre protagonisti capaci di opporsi a lui. E allora formula il piano più estremo possibile: usare il Phoenix Wright del Lonnieverse per cancellare la fanfiction stessa, con tutti i suoi personaggi — Wolf, Saria, Lilith — e ristabilire la serie originale. Ma non per tornare a zero.
Per rientrarci.
E dominarla.
Qui Rexon Vale smette definitivamente di essere un villain “della storia” e diventa un villain contro la storia. Non vuole governare il mondo narrativo. Vuole scegliere quale mondo narrativo ha diritto di esistere.
Ed è qui che scrivere un villain meta diventa un atto di equilibrio pericolosissimo.
Perché riesce a riportare l’universo narrativo a questo:
Perché per funzionare davvero, tutto questo deve restare comprensibile, inquietante, coerente. Deve stare pericolosamente vicino al quarto muro, senza mai sfondarlo del tutto. Il lettore deve sentire che potrebbe rompersi, ma non deve mai vedere la mano dell’autore.
Rexon Vale funziona perché paga un prezzo enorme: è vuoto, ossessivo, incapace di provare soddisfazione. Non è un genio illuminato, è un uomo che ha già vinto tutto e non sente più niente. Il meta, per lui, non è un superpotere. È una droga.
E questa è forse la lezione più importante: un villain meta non deve mai sembrare un premio per l’autore. Deve sembrare una minaccia anche per chi scrive.
Quando funziona, succede qualcosa di raro: il lettore smette di chiedersi “chi vincerà” e inizia a chiedersi “che cosa succede se perde la storia stessa?”. Ed è in quel momento che i confronti diventano magistrali, che le regole si riscrivono, che persino i futuri si fratturano — come accade nel Lonnieverse.
Scrivere un villain meta non significa essere furbi. Significa essere spietatamente coerenti. Significa accettare che, se stai giocando con le fondamenta della narrazione, non puoi permetterti scorciatoie.
Rexon Vale non è memorabile perché “sa troppe cose”.
È memorabile perché ha capito l’unica cosa davvero pericolosa: che le storie sono l’ultima forma di potere assoluto rimasta. E che, una volta conquistata quella, tutto il resto è solo contorno.






