Non ho imparato solo a tradurre testi. Ho imparato a tradurre me stessa.
Continua a leggere: Il valore delle parole: cosa mi ha insegnato il lavoro da traduttrice freelanceQuando ho iniziato a lavorare come traduttrice freelance, pensavo di aver semplicemente scelto il mio lavoro. Invece stavo iniziando anche una trasformazione personale.
Cercavo autonomia, libertà, indipendenza. Volevo organizzare il mio tempo e prendere le mie decisioni. Non avrei mai immaginato che lavorare con le parole potesse cambiare il modo in cui parlavo con gli altri. E soprattutto il modo in cui parlavo a me stessa.
Prima di fare la freelance avevo una cattiva abitudine: mi ridimensionavo. Ammorbidivo le frasi. Mi scusavo anche quando non era necessario. Accettavo parole che mi ferivano, ripetendomi “dai, non è niente”. Ridevo su battute che mi sminuivano. Passavo sopra a commenti poco rispettosi. Pensavo che, alla fine, erano solo parole. Non sono mai solo parole.

Il giorno in cui qualcuno ha provato a dirmi: “ti pago in pubblicità”
C’è una frase che non dimenticherò mai. Il primo cliente mi scrisse: “traducimi questo testo e ti pago in pubblicità”. Rimasi immobile davanti lo schermo. Non nego che una parte di me pensò: “forse è un’opportunità”. “Forse dovrei accettare”. “Forse all’inizio funziona così”. L’altra parte, quella razionale, mi ha riportata sulla retta via. Io non pago l’affitto con la visibilità. Non pago le bollette con la visibilità. Non faccio la spesa con la visibilità.
Quella frase conteneva un messaggio implicito, molto più forte di quanto sembrasse: il tuo lavoro non è un vero lavoro. La tua competenza è accessoria, quindi puoi accontentarti. In quel momento ho capito qualcosa che non avevo mai considerato davvero: se non attribuisco io per prima un valore alle mie parole, nessuno lo farà per me.
Ho risposto con educazione, ma con fermezza. Ho spiegato che il mio lavoro ha un valore economico. Che la visibilità non è una forma di pagamento. Che la professionalità merita rispetto.
Non ho più sentito quel cliente. E va bene così. Perché quel giorno non ho perso un incarico. Ho guadagnato un confine.
Tradurre significa scegliere
Fare la traduttrice freelance mi ha insegnato che ogni parola è una scelta. Ogni parola ha un peso. Ogni sfumatura cambia la percezione. Una parola può rendere un testo autorevole. O arrogante. Empatico. O distante. Quando passi le giornate a valutare queste differenze, inizi a notarle anche nella vita personale. Inizi a riconoscere:
- le parole che non ti fanno stare bene;
- le parole che ti sminuiscono;
- le parole che ti etichettano.
E così smetti di considerarle “solo parole”.
La sicurezza: ho imparato a difendere me stessa e il mio lavoro
Dopo quell’episodio qualcosa è cambiato. Ho iniziato a: chiedere compensi adeguati senza giustificarmi, spiegare le mie scelte con sicurezza, dire “no” alle mancanze di rispetto. Difendere il mio lavoro mi ha insegnato a difendere me stessa. La sicurezza non è arrivata tutta insieme. È arrivata attraverso tante piccole prese di posizione. Attraverso e-mail scritte con più chiarezza. Attraverso confini tracciati con più calma e fermezza.
La consapevolezza: le parole possono ferire
Lavorare con le parole mi ha portato a essere più attenta anche nella vita privata. Oggi riconosco più facilmente: le frasi dette “per scherzo” che in realtà colpiscono come le mine, le etichette attribuite con leggerezza, le parole che mi fanno dubitare di me stessa. E ho imparato qualcosa di ancora più importante. Ho imparato a non usare parole dure contro di me. Perché il dialogo interiore è fatto di frasi ripetute ogni giorno. E quelle frasi diventano convinzioni. Se mi ripeto che non valgo abbastanza, prima o poi ci credo. Se mi ripeto che il mio lavoro non è un vero lavoro, mi comporto di conseguenza.
Essere traduttrice freelance mi ha resa più felice. Non solo per l’autonomia e la flessibilità. Ma perché mi sento finalmente allineata. Il mio lavoro richiede precisione, attenzione, rispetto per ogni sfumatura. E questa attenzione è entrata anche nella mia vita. Oggi scelgo meglio le parole che uso. E scelgo meglio quelle da accettare.
Non ho tradotto solo testi. Ho tradotto me stessa. Il mio lavoro mi ha insegnato qualcosa che va oltre la lingua, il lessico e la terminologia specifica. Mi ha insegnato che:
- il mio tempo ha un valore;
- le mie competenze hanno un peso;
- le parole costruiscono realtà.
Quel “ti pago in pubblicità” è stato un punto di svolta. Non perché fosse offensivo in modo esplicito. Ma perché mi ha costretta a decidere chi volevo essere. La professionista che si accontenta o quella che si rispetta? Ho scelto la seconda. E da allora, ogni parola che uso, nel lavoro e nella vita, è una scelta consapevole.
Ti è mai capitato di accettare parole che sminuivano il tuo valore?
O di usare contro te stessa frasi che non useresti con qualcun altro?
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