Personaggi privi di senso – Ashley Davenport di Revenge, opportunista/empatica/quel che serve alla trama

Tra i tanti intrighi scintillanti degli Hamptons di Revenge, c’è un personaggio che riesce nell’impresa quasi metafisica di essere sempre presente ma raramente necessario: Ashley Davenport.

Ashley è la prova vivente che si può stare in scena per stagioni intere senza che nessuno riesca davvero a spiegare perché.

All’inizio viene presentata come amica di Emily Thorne: ragazza ambiziosa, con aspirazioni mondane, pronta a farsi strada tra i ricchi e potenti. Fin qui, tutto bene. L’archetipo è chiaro: l’opportunista sociale che vuole scalare la piramide dei Grayson.

Poi si fa assumere dai Grayson come assistente/event planner/tuttofare con tacchi a spillo. Perfetto: conflitto d’interessi, tensione, doppio gioco.

E invece no.

Perché Ashley non è né una vera alleata né una vera antagonista. È una variabile d’ambiente. Una presenza che si adatta alla pressione narrativa del momento.

Opportunista… ma con l’interruttore dell’empatia

Ashley viene definita (implicitamente e poi apertamente) un’opportunista.
E le sue azioni sembrano confermarlo: parla alle spalle di Emily quando scopre il bacio con Jack Porter (anche se Emily l’ha salvata dalla miseria essenzialmente, ma insomma è successo anche a me quindi ok).
Ha una relazione con Conrad Grayson, apparentemente per convenienza e per restare nella sua busta paga (parrebbe).
Poi si innamora (forse?) di Daniel Grayson, o del suo portafogli, o di entrambe le cose.

Se ci fosse stato un commit totale su queste azioni, il personaggio avrebbe anche potuto sembrare coerente, per quanto irritante.

Il problema è che ogni tanto, senza preavviso, Ashley attiva la modalità “empatia randomica”.
Si allea con Jack. Mostra scrupoli. Sembra quasi voler fare la cosa giusta.

Ma perché?

Non c’è una motivazione profonda, non c’è un trauma, non c’è un conflitto interiore messo a fuoco. C’è solo una sceneggiatura che la sposta come una pedina in base alla necessità dell’episodio.

Il giorno prima va a letto con Conrad per avere i suoi soldi. Il giorno dopo si innamora del figlio che nella prima stagione non si è filata per niente. Il giorno dopo ancora complotta contro Conrad perché simpatizza a caso per Jak.

Il vero peccato: l’irrilevanza

La scrittura può anche perdonare un personaggio moralmente ambiguo.
Può perfino perdonare un personaggio incoerente, se l’incoerenza è tematica.
Ma non perdona l’irrilevanza.

Ashley ha un solo momento realmente incisivo: quando rivela a Daniel che Emily ha baciato Jack. Quello è un turning point. Quello è un atto che cambia qualcosa.

Per il resto?
Se togliessimo Ashley dalla serie:

  • Emily continuerebbe la sua vendetta.
  • Daniel continuerebbe a oscillare tra ingenuità e arroganza.
  • Conrad continuerebbe a manipolare chiunque.
  • Victoria continuerebbe a fare i suoi sporchi comodi.

Nulla crollerebbe. Nessuna trama collasserebbe. Nessun piano verrebbe compromesso in modo strutturale.

E questo, in narrativa, è il peccato capitale.

Ashley non sembra mai una persona.
Sembra una funzione temporanea.

Serve qualcuno che spii da una finestra a caso? Ashley.
Serve qualcuno che tappi un buco di trama e aiuti un altro personaggio? Ashley.
Serve qualcuno che tradisca? Ashley.
Serve qualcuno che venga rimproverato per essere arrivista? Sempre Ashley.

Non c’è mai un momento in cui la storia si piega attorno a lei. È sempre lei a piegarsi alla storia.

L’effetto sullo spettatore: fastidio, non complessità

Un personaggio ambiguo dovrebbe generare tensione.
Un personaggio opportunista dovrebbe affascinare o inquietare.

Ashley genera soprattutto una domanda ricorrente:
“Ma che senso ha?”

Lo spettatore non riesce a: comprenderla, anticiparla o tifare per lei.

La sua oscillazione randomica e non incisiva tra calcolo e sentimentalismo non costruisce stratificazione psicologica, ma disorientamento gratuito.

E quando finalmente altri personaggi la criticano per il suo opportunismo o per la sua inconsistenza… quello è il momento in cui, paradossalmente, la scrittura funziona. Perché almeno riconosce il problema.

Il paradosso finale

Ashley Davenport è un personaggio che vuole disperatamente contare qualcosa nel mondo dei potenti… e finisce per non contare quasi nulla nella serie.

In un racconto che parla di vendetta, potere, identità e manipolazione, lei è l’unica a non avere mai un’identità narrativa chiara.

Non è un villain.
Non è una rivale.
Non è una vera amica.
Non è una vittima tragica.

È un’interferenza.

E in una serie costruita su piani chirurgici e payoff calcolati, essere un’interferenza è il peggior destino possibile.

(Infine, ma non per importanza: l’attrice è un pezzo di legno in tutto e per tutto)

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Autore: Gabriele Glinni

Esperto di informatica, amante della scrittura creativa. Autore di Ascend-ent e Descend-ent. Sostenitore dell'arte della composizione di messaggi efficaci ed eloquenti.

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