Le fanfiction italiane di Ace Attorney e il loro strano destino

Bisogna tornare indietro parecchio, tipo 2007-2008. Un’epoca remota in cui avevamo Nintendo DS, forum con firme alte tre chilometri, avatar da 100×100 pixel e probabilmente molto più tempo libero di quanto fossimo disposti ad ammettere.

In quegli anni parecchie persone avevano appena scoperto Phoenix Wright: Ace Attorney, Justice for All, Trials and Tribulations e compagnia bella.

E, inevitabilmente, successe una cosa. Volevamo tutti essere avvocati. Non avvocati veri, naturalmente. Quella sarebbe stata una scelta molto meno divertente. (in realtà io volevo diventare procuratore ma dettagli)

Avvocati di Ace Attorney, così nei forum italiani dedicati alla serie iniziarono così a comparire fanfiction da ogni direzione possibile.

Tizio: Ace Attorney. Caio: Ace Attorney. Sempronio: Ace Attorney. Mario Rossi: Ace Attorney.

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Cosa significa per me scrivere (2026)

Molte persone, soprattutto dall’anno scorso, ormai sanno che scrivo. Parecchio. Anzi, diciamo pure imperterrito.

Ci sono periodi nei quali, tolto il lavoro, mangiare, dormire, occuparmi delle cose essenziali della vita e ricordarmi occasionalmente di essere un essere umano inserito in una società civile, praticamente non faccio altro.

Scrivo. Rileggo. Correggo. Cambio una scena. Mi convinco che quella scena adesso sia perfetta. La rileggo tre giorni dopo. Decido che fa schifo. La riscrivo.

Poi aggiungo un processo, una mappa, un personaggio, una contraddizione, una sottotrama, una battuta idiota che probabilmente farà ridere soltanto me e magari un’immagine di qualcuno che urla “OH SHIT!” nel momento meno opportuno.

E immagino che qualcuno, osservandomi dall’esterno, si chieda legittimamente: “Ma perché?”

Perché dedicare così tanto tempo a qualcosa che, almeno per ora, tengo in gran parte per me? Perché continuare a lavorare su storie iniziate quasi vent’anni fa?

Perché prendere personaggi inventati quando ero molto più giovane e continuare a chiedermi come renderli più profondi, più coerenti, più umani?

La risposta è cambiata parecchio nel tempo.

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Wolf Lonnie: Fighting for Truth – Recensione di Emanuela N.

Premessa: si tratta di una recensione gentilmente scritta da Emanuela, ex blogger di PdF, in onore della lettura, appena terminata, di un mio scritto ☺️

Chi mi conosce (bene), sa che sono una persona molto esigente. Ovviamente questo si estende anche ai generi di lettura e ai contenuti che vengono trattati, nonché come vengono resi e interpretati dall’autore. Penso di essere una delle lettrici più difficili da accontentare, e anche una delle più rompiscatole. Non è facile scucirmi recensioni positive, soprattutto se riguardano un genere che non è mia consuetudine leggere.

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Personaggi privi di senso – Ashley Davenport di Revenge, opportunista/empatica/quel che serve alla trama

Tra i tanti intrighi scintillanti degli Hamptons di Revenge, c’è un personaggio che riesce nell’impresa quasi metafisica di essere sempre presente ma raramente necessario: Ashley Davenport.

Ashley è la prova vivente che si può stare in scena per stagioni intere senza che nessuno riesca davvero a spiegare perché.

All’inizio viene presentata come amica di Emily Thorne: ragazza ambiziosa, con aspirazioni mondane, pronta a farsi strada tra i ricchi e potenti. Fin qui, tutto bene. L’archetipo è chiaro: l’opportunista sociale che vuole scalare la piramide dei Grayson.

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La sindrome dell’orecchio miracoloso – come origliare da dietro una tenda (inesistente) e far avanzare la trama senza sudare

C’è una scorciatoia narrativa che, nelle serie TV, ritorna con la puntualità di una bolletta: il personaggio che ascolta o vede qualcosa di segreto “per caso”. Non perché abbia indagato, non perché abbia rischiato, non perché qualcuno abbia commesso un errore credibile. No. Semplicemente… era lì. Dietro una finestra senza tende. Dietro una porta socchiusa che nessuno chiude mai. Sotto un balcone dove i dialoghi si recitano a voce da teatro greco.

È comodo, rapido, e spesso ridicolo. Eppure continua a prosperare soprattutto nelle storie piene di segreti, intrighi e rivelazioni compromettenti. Vale la pena capire come funziona questa sindrome, perché viene usata così spesso e osservare alcuni esempi emblematici che l’hanno resa tristemente riconoscibile.

La dinamica è quasi sempre identica. Due personaggi parlano di qualcosa che non dovrebbe essere ascoltato da nessuno, ma lo fanno nel luogo meno sicuro possibile. Salotti con vetrate, cortili aperti, corridoi pubblici, finestre spalancate. A quel punto entra in scena un terzo personaggio che compare magicamente nel raggio acustico o visivo perfetto, come se il mondo stesso si fosse piegato per offrirgli il posto in prima fila. La trama avanza, l’autore tira un sospiro di sollievo e lo spettatore… molto meno.

Il problema non è l’origliare in sé. Il problema è l’assenza totale di causalità narrativa. Non c’è una scelta, non c’è un rischio, non c’è una conseguenza. C’è solo fortuna strutturale, un caso talmente ripetuto da sembrare un meccanismo di sistema.

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Quando l’autore voleva scrivere un genio e ha ottenuto Cheryl Hortencia – caso studio di intenzioni vs resa in scrittura

C’è un fenomeno curioso, frequente e spesso involontariamente comico nella scrittura: l’autore intende creare un personaggio estremamente intelligente…
ma il testo, impietoso, ne produce uno mediocre, presuntuoso e sostenuto solo dalla fortuna.

Cheryl Hortencia, un personaggio scritto non da me all’interno di Lonnieverse, è un caso da manuale.

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Meglio un universo narrativo che un’amicizia rotta per un antipasto

Ci sono amicizie che finiscono per grandi tragedie.
E poi ci sono quelle che muoiono perché qualcuno ha iniziato a mangiare l’antipasto prima.

Non è una metafora. È successo davvero.

Nel tempo ho visto rapporti incrinarsi per inviti a compleanni non arrivati, aspettative non dichiarate, silenzi improvvisi che sembrano cliffhanger scritti male. Persone che spariscono senza spiegazioni, come se il ghosting fosse una forma accettabile di comunicazione adulta. Altre che si risentono per cose mai dette ad alta voce, ma archiviate con cura nel fantastico e deviato reparto mentale dei “rancori futuri”.

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Scrivere a quattro mani quando la morte risponde: dietro le quinte di Renascent – L’eco della morte

Scrivere a più mani è una di quelle esperienze che tutti consigliano con entusiasmo… salvo poi evitarle come la peste (parlo per esperienza diretta).
Perché non è solo una questione di stile: è una questione di controllo, di fiducia e, spesso, di ego.

Renascent – L’eco della morte nasce proprio lì, in quello spazio delicato in cui due voci devono convivere senza annullarsi.
Il romanzo è costruito a capitoli alternati: io sviluppo gli eventi dal punto di vista della detective Eva Halloway, mentre il caro Alessandro Bolzani egue il POV di Victor Fullard, protagonista dotato di un potere tanto semplice quanto disturbante: può far risorgere i morti.

Il tema centrale è, inevitabilmente, la morte.
Ma quello che ci interessava davvero era il dopo.

Due personaggi, due tensioni opposte

Victor ed Eva non sono solo due punti di vista narrativi: sono due idee di mondo che collidono.

Victor è riflessivo, cupo, spesso paralizzato dal peso delle proprie capacità. La resurrezione, per lui, non è un dono, ma una responsabilità ingestibile. Ogni ritorno alla vita è un errore che, poco alla volta, a ogni scoperta, si accumula.

Eva, al contrario, è una detective estremamente acuta, deduttiva, arrivista. In passato voleva essere un’influencer; appena entrata in polizia cercava visibilità, riconoscimento, notorietà. Non l’ha mai davvero ottenuta.
E questo la rode.

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Dieci sorrisi, una verità che fa male – ft. Maria Rubino

Nel panorama dei racconti brevi che sanno colpire senza alzare la voce, Dieci sorrisi di Maria Rubino è uno di quelli che restano addosso.
Maria Rubino ha prodotto negli anni diversi racconti, muovendosi con naturalezza tra introspezione, fragilità emotive e dinamiche relazionali complesse. Questo testo, in particolare, mi ha colpito per la sua lucidità spietata: una storia che non cerca scorciatoie morali, ma accompagna il lettore dentro un amore che lentamente si trasforma in prigione.

Ecco un estratto:

Mi ha sorriso dieci volte. Mi ha picchiata molte di più.
La prima volta, ero sul treno.
Lottavo con la borsa, la sciarpa e, soprattutto, la morsa allo stomaco dopo l’incontro con la relatrice della tesi.
Il controllore aveva deciso che era il giorno giusto per fermarsi davanti a me e
chiedere il biglietto, che, stupidamente, non avevo obliterato.
Guance in fiamme, guardavo sottecchi intorno e, proprio in quel momento, incrociai il suo sguardo.
Jeans, capelli scuri e un sorriso che poteva far sbocciare i fiori di pesco in inverno.
Quelli a cui pensi quando torni a casa, il giorno dopo e l’altro ancora.
Quelli a cui pensi, anche se non dovresti.
La seconda volta ero al bar. Ultimo esame concluso; un caffè prima di prendere il pullman.
«Il caffè non si prende da sola», sussurrò, invitandomi al suo tavolino.
Solo una colazione, mi dicevo, ma il mio corpo la pensava diversamente.
Voce bassa, sguardo in giù: faticavo a riconoscermi.
«Mi chiamo Luca.» Il secondo sorriso, così potente che sembrava poter fermare il tempo. «Ho finito giurisprudenza, ora faccio un tirocinio nello studio legale Doriani.»

Per Pillole di Folklore e Scrittura ho immaginato un’intervista che provasse ad andare sotto la superficie del racconto, interrogandone i temi, le scelte narrative e il non detto.

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Da comparsa mal caratterizzata a co-protagonista – Shannen Sachiho, come elevare un personaggio da 0 a 100

Se mi avessero detto, anni fa, che uno dei personaggi che oggi considero più “vivi” del Lonnieverse sarebbe stata Shannen Sachiho, avrei risposto con una cosa molto tecnica e professionale: “sì, certo, come no”.

Chi diavolo era Shannen? Un personaggio terziario nella mia serie Welcome to the Lonnieverse che occupava spazio importante con una caratterizzazione scadente.

Perché la Shannen “vecchia” nasceva con un destino abbastanza crudele: testimone timida, un’ossessione un po’ malsana per il detective Raye Doom, e una funzione narrativa che suonava più o meno così: “serve che qualcuno dica questa cosa in aula”. Fine. E basta.
Il problema? Era centrale in due casi finali della seconda serie.
Il primo: un caso di epidemia quasi globale dove testimonia contro il big bad.
Il secondo: la resa dei conti finale dove lei era sulla maledetta scena del crimine e viene accusata ingiustamente.
Quindi non era nemmeno una comparsa: era un cartello stradale piazzato in mezzo all’autostrada.

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