Se mi avessero detto, anni fa, che uno dei personaggi che oggi considero più “vivi” del Lonnieverse sarebbe stata Shannen Sachiho, avrei risposto con una cosa molto tecnica e professionale: “sì, certo, come no”.
Chi diavolo era Shannen? Un personaggio terziario nella mia serie Welcome to the Lonnieverse che occupava spazio importante con una caratterizzazione scadente.
Perché la Shannen “vecchia” nasceva con un destino abbastanza crudele: testimone timida, un’ossessione un po’ malsana per il detective Raye Doom, e una funzione narrativa che suonava più o meno così: “serve che qualcuno dica questa cosa in aula”. Fine. E basta.
Il problema? Era centrale in due casi finali della seconda serie.
Il primo: un caso di epidemia quasi globale dove testimonia contro il big bad.
Il secondo: la resa dei conti finale dove lei era sulla maledetta scena del crimine e viene accusata ingiustamente.
Quindi non era nemmeno una comparsa: era un cartello stradale piazzato in mezzo all’autostrada.
E qui arriva il punto che fa male, ma libera: quando un personaggio è “importante” ma non è interessante, il lettore se ne accorge. E, peggio: se ne accorge anche l’autore, che comincia a percepirlo come spazio sprecato.
Non è possibile dare spazio simile a un personaggio, e caratterizzarlo di merda.
Il 2026 e la riscrittura totale: non “migliorare”, ma cambiare DNA
La svolta è stata trattare Shannen non come un personaggio da “aggiustare”, ma come un personaggio da rifondare.
Nei capitoli 101-103, Shannen smette di essere “una timida” e diventa una persona precisa, riconoscibile, scomoda e… stranamente dolce.
Già dal suo modo di spiegarsi capisci che non stai assistendo a un cliché: quando parla del legame con Raye, non lo racconta con romanticismo da fandom, ma con una lucidità disturbante e tenera insieme. Il suo cervello “mette un faro” su chi l’ha fatta sentire al sicuro, e da lì il corpo prende decisioni proprie, letteralmente. È una metafora che ti dice tutto: trauma, attaccamento, fragilità, bisogno.
E infatti Shannen non è “buffa perché è buffa”. È buffa perché la sua vulnerabilità produce attrito con il mondo. E l’attrito, se scritto bene, fa scintille.
È buffa perché è una ragazza che ha tantissimi tic nervosi corporei assurdi (eppure umani e comprensibili).
È irrequieta, prende decisioni strane (entra in anticipo nelle scene del crimine), dice le cose più strane nei momenti meno opportuni, ma lo fa tutto in modo dolce / benintenzionato / per Raye.
Uno dei segnali più netti della nuova Shannen è che riesce a farti ridere… e subito dopo farti pensare: ok, ma questa ragazza come fa a reggersi in piedi, emotivamente?
Esempio 1: Shannen che “negozia” l’ingresso in un vecchio appartamento con un tizio offrendogli foto da LinkedIn, gratis, con quella frase assassina: “di quelle che fanno sembrare che lavori davvero”. È comica, ma è anche un colpo secco sulla sua vita: lei quelle foto le sa fare… eppure “non la chiama mai nessuno”.
Questa è caratterizzazione travestita da gag. E vale oro.
Esempio 2: la sua confessione da bambina—entrava ai matrimoni senza invito per mangiare e “fotografare la felicità degli altri” perché la trovava educativa.
Non è solo una battuta: è un manifesto.
Shannen è una che osserva la vita degli altri come se fosse un manuale d’istruzioni che lei non ha ricevuto.
Esempio 3: l’hotel Killie Duskie e Sheena Swordmaster—Shannen che si innamora istantaneamente dell’energia folle di quella donna e la elegge a mito (“dopo Raye, ovviamente”).
Qui Shannen diventa anche bussola di tono: ti guida nella follia del mondo senza mai essere “fuori storia”. È il filtro perfetto.
L’upgrade più importante: Shannen diventa una leva narrativa
La nuova Shannen non è solo più simpatica. È più utile in modo organico.
Wolf lo capisce chiaramente: nota dettagli, non sa stare ferma… quindi può diventare “i suoi occhi quando lui ha la testa altrove”.
Non è una promozione “perché sì”. È una promozione perché le sue caratteristiche servono davvero.
E poi arriva la cosa che, per me, è la prova regina di una riscrittura riuscita: Shannen non solo partecipa all’indagine—apre porte di mondo.
In un momento della trama, Wolf scopre che è possibile scrivere e lasciare messaggi con l’aura, ma la questione nella storia originale non viene approfondita.
La nuova Shannen non è lì a fare la spalla: lei sa. Ha visto cose simili, parla di “respiro inciso”, e porta Wolf a Harōra, il villaggio dell’aura. E ci porta lei Wolf lì.
Questo è un cambio enorme: da testimone a “chiave di accesso” a un intero livello di lore.
E Harōra, poi, cementa la sua tridimensionalità: la fotografia di natura non è un vezzo, è un bisogno (“è quieta”), e persino la sua “decisione esistenziale basata su dei pettirossi” è scritta in modo da far sorridere e crederci contemporaneamente.
In altre parole: non è più un personaggio attaccato alla trama. È un personaggio che genera trama.
Case 5: perché sostituire Apollo è stata una mossa da finale di stagione
Qui vado anche più sul mestiere che sul gusto personale.
Nell’ultimo caso, anni fa inserii Apollo Justice come assistente di Wolf come strizzata d’occhio ai fan di Ace Attorney (quali fan di Apollo in Italia, poi?).
Togliere Apollo (che, detto brutalmente, era “funzionale ma estraneo”) e mettere Shannen fa tre cose immediate:
- Continuità emotiva: il lettore la conosce già, quindi entra nel caso con un legame.
- Stakes personali: Raye è la vittima, e Shannen non è un’assistente neutra—è una persona che ci crolla dentro. Crede che Raye sia vivo: nel testo, lei lo dice in modo disarmante: “il corpo sì… ma Raye no”, e ammette che se smette di pensarla così “il corpo fa cose strane” (peggio di prima). Quindi semina un’ambiguità che inizialmente non c’era.
- Dramma inevitabile: se poi Shannen viene accusata/attaccata ingiustamente da figure vicine a Wolf alla resa dei conti, non è più “colpo di scena da trama”, è un colpo al cuore del gruppo. Perché così già avveniva nel finale: viene usata da parafulmine, ma nell’originale dicevi sticazzi. Ora non lo dici più.
Questa è la differenza tra un personaggio “che accompagna” e un personaggio che, quando sta male, fa male anche al lettore.
E infatti qui esplode il suo senso: nel finale, Shannen mentalmente non regge, collassa, e lo fa in parallelo a Wolf. Qui la riscrittura non è solo riuscita: è strategica. Perché ho creato una risonanza tematica: due fragilità diverse che implodono nello stesso climax.
Shannen ora accompagna Wolf nei suoi casi finali, ed esplode con lui per motivi diversi ma paralleli.
La lezione (che mi ripeto per non barare con me stesso)
Riscrivere Shannen non è stato “aggiungere battute”. È stato:
- darle un principio interno (il “faro”, il corpo che decide, il bisogno di quiete)
- trasformare i tic in linguaggio narrativo, non in gimmick (spalla che scatta, gesti involontari, lei che quasi si addormenta in auto a caso)
- farla diventare ponte: tra Wolf e luoghi, tra Wolf e il lore, tra comicità e trauma
- e soprattutto: metterla dove può perdere (perché solo lì un personaggio smette di essere un “ruolo” e diventa una “persona”).
Se dovessi condensare tutto in una frase da attaccare al muro:
un personaggio si può riscrivere sempre, ma non si salva con la tecnica—si salva con una nuova verità.
E sì: costa fatica. Costa “rifare il pavimento mentre ci cammini sopra”.
Però poi succede quella magia rara: ti ritrovi a scrivere una scena e pensare, come Wolf: “non avrei scommesso un centesimo che Shannen mi sarebbe andata a genio a tal punto”.
Ed è lì che capisci che non hai solo migliorato un personaggio.
Hai recuperato spazio narrativo. Hai alzato la posta emotiva. Hai dato più ossigeno al mondo.
E, soprattutto, hai fatto una cosa che in scrittura creativa sembra proibita, ma non lo è: hai ammesso che la versione vecchia non funzionava… e l’hai strasuperata.



