Ci sono amicizie che finiscono per grandi tragedie.
E poi ci sono quelle che muoiono perché qualcuno ha iniziato a mangiare l’antipasto prima.
Non è una metafora. È successo davvero.
Nel tempo ho visto rapporti incrinarsi per inviti a compleanni non arrivati, aspettative non dichiarate, silenzi improvvisi che sembrano cliffhanger scritti male. Persone che spariscono senza spiegazioni, come se il ghosting fosse una forma accettabile di comunicazione adulta. Altre che si risentono per cose mai dette ad alta voce, ma archiviate con cura nel fantastico e deviato reparto mentale dei “rancori futuri”.
La cosa più assurda?
Alcuni di questi amici li avevo messi in contatto io. Si sono trovati, hanno legato, sono diventati più amici tra loro di quanto lo fossero con me. E a un certo punto io ero diventato il contorno. L’antipasto, appunto.
E non parliamo di sconosciuti: parliamo di persone aiutate, sostenute, a cui ho insegnato un lavoro, dato contatti, tempo, energia. Persone che, col passare degli anni, hanno accumulato micro-screzi, disagi minuscoli, fraintendimenti da taschino… fino a trasformarli in una ragione sufficiente per prendere le distanze. Senza spiegare. Senza affrontare. Senza nemmeno il coraggio di dire “mi hai ferito”.
Se non parlare tra di loro, alle spalle altrui, come una cassa di risonanza malata e perversa.
Uno sparla perché non ha argomenti di conversazione, l’altro si incrina mentalmente. Terrificante. Ma reale.
Ogni volta fa male. Sempre. Anche quando sei vaccinato.
E allora scrivi
Non per scappare.
Ma per atterrare.
Negli ultimi anni la scrittura creativa — romanzi, personaggi, mondi, universi narrativi — è diventata il mio contrappeso. Il luogo in cui il peso delle relazioni sbilenche non sparisce, ma smette di cadermi addosso tutto insieme.
Scrivere non cancella il dolore, ma lo ridistribuisce.
Gli toglie il monopolio.
Quando entri in un universo narrativo succedono alcune cose interessanti:
- Smetti di ruminare: la mente ha un compito, un obiettivo. Non gira a vuoto sugli stessi dialoghi immaginari che non avverranno mai.
- Trasformi il caos in struttura: quello che nella vita è confuso, contraddittorio e irrisolto, sulla pagina può diventare coerente. Anche se fa male, ha una forma.
- Ti alleni alla distanza emotiva: osservi i personaggi soffrire, sbagliare, tradirsi. E impari — lentamente — a guardare anche te stesso con un minimo di zoom out.
- Ritrovi uno scopo: mentre qualcuno accumula rancori per idiozie, tu stai costruendo qualcosa che cresce. Capitolo dopo capitolo. Giorno dopo giorno.
La scrittura non ti rende immune.
Ti rende meno vulnerabile a vuoto.
L’effetto collaterale migliore: la lucidità
C’è un regalo inatteso che arriva scrivendo: inizi a leggere meglio le persone.
Non nel senso cinico. Nel senso narrativo.
Riconosci facilmente chi sta accumulando sentimenti senza comunicarli (e si aspetta che tu magicamente gli chieda “che c’è”).
Chi confonde aspettative con diritti. Chi scambia un silenzio per maturità e una fuga per dignità. E soprattutto impari che non tutto va risolto, spiegato, recuperato.
Alcune relazioni sono semplicemente… scritte male.
E non sei tu l’editor che deve salvarle. Anche se a quelle persone hai dato, insegnato, guidato.
Un po’ come Sasuke e Kakashi in Naruto: quest’ultimo ha insegnato al primo tutto ciò che sapeva, per venire poi ringraziato venendo quasi ammazzato dal primo.
Naruto docet.
Scrivere ti insegna che non ogni personaggio è destinato a restare fino alla fine della storia. Alcuni servono a farti capire qualcosa. Altri a farti male. Altri ancora a mostrarti cosa non vuoi più tollerare.
E va bene così.
Meglio un mondo inventato che un rancore reale
Alla fine dei conti, preferisco passare una serata a dare profondità a un personaggio che a chiedermi perché qualcuno si è offeso senza dirmelo.
Preferisco costruire un conflitto che abbia senso, piuttosto che vivere drammi nati da antipasti e inviti mancati.
La scrittura creativa non è una fuga dalla realtà.
È una scelta di campo.
Tra l’energia spesa a decifrare comportamenti immaturi
e quella investita nel creare qualcosa che mi somiglia,
io ormai so da che parte stare.
E se ogni tanto il dolore torna — perché torna sempre — almeno mi trova con una penna in mano, un mondo aperto davanti e la consapevolezza che no, non sono io quello sbagliato solo perché ho iniziato a mangiare prima.
