C’è un fenomeno curioso, frequente e spesso involontariamente comico nella scrittura: l’autore intende creare un personaggio estremamente intelligente…
ma il testo, impietoso, ne produce uno mediocre, presuntuoso e sostenuto solo dalla fortuna.
Cheryl Hortencia, un personaggio scritto non da me all’interno di Lonnieverse, è un caso da manuale.
Le intenzioni: Cheryl come mente superiore
Nelle intenzioni originali dell’autore, Cheryl doveva essere una psichiatra brillantissima, manipolatrice raffinata. Mente fredda, calcolatrice. Una che “vede cose che gli altri non vedono” e che lascia che i suoi pazienti muoiano.
In breve: un genio oscuro, una figura che domina le persone non con la forza, ma con l’intelletto. Il problema? Il testo non collabora.
Quello che emerge dalla pagina non è una mente superiore, ma una psichiatra che scambia suggestione per terapia, che non verifica mai nulla che si autocelebra mentre sbaglia E soprattutto: sbaglia una diagnosi su un autistico, dicendo che gli autistici devono guardare negli occhi (= completa mancanza di ricerche sull’argomento da parte dell’autore).
Cheryl non capisce i pazienti.
Li spinge. (a culo, e solo quelli più deboli mentalmente)
Un altro problema è questo.
L’intenzione di Cheryl è appunto spingere i pazienti a morire.
Ma lei non chiede mai:
- cosa intendi davvero?
- cosa immagini accada?
- cosa pensi succederà dopo?
Perché?
Perché non ci arriva mentalmente.
La conoscenza reale è pericolosa: potrebbe smentirla.
E un personaggio che evita la verifica non è intelligente: è insicuro.
Il momento più rivelatore non è il suicidio indotto del paziente debole mentalmente.
È il pensiero successivo:
“Missione compiuta.”
Questa frase non descrive successo.
Descrive auto-narrazione.
È qui che capiamo che il personaggio non è scritto come genio, ma come fantasia di potere dell’autore (brrrr)
Poi arriva Wolf Lonnie.
E il castello crolla.
Wolf non:
- la insulta
- la smaschera teatralmente
- la aggredisce
Fa qualcosa di molto peggiore: la classifica.
“[…] Tu credevi davvero che, uscita dal niente… con quel piano ridicolo… e sbagliando pure diagnostica sul fatto che un autistico guardi negli occhi… fossi diversa?”
In una frase sola:
- le toglie statura
- le toglie eccezionalità
- le toglie il mito
Non la definisce stupida.
La rende ordinaria.
E per un personaggio che vive di auto-mitizzazione, è una condanna.
Il problema è che per l’autore doveva essere quel mito.
La parte divertente? Cheryl, come villain, viene smascherata immediatamente, praticamente alla sua introduzione.
E va avanti solo perché io (l’altro autore) ho dovuto permetterlo.
La dissonanza finale: quando l’autore fallisce
Qui sta il punto chiave dell’articolo.
L’autore voleva un personaggio intelligente.
Ma il testo ha prodotto:
- una professionista mediocre
- che funziona solo su soggetti già fragili
- che crolla alla prima vera mente allenata
- che scambia freddezza per intelligenza
Il risultato non è Cheryl-genio.
È Cheryl-che-crede-di-esserlo.
Ed ecco l’ironia finale.
Cheryl funziona meglio se la leggiamo così:
non come mente brillante, ma come persona pericolosa perché incompetente.
Ma questo effetto è accidentale, non voluto.
Non è quello che l’autore voleva. E si sente.
Quindi il prodotto finale è una cagata che funziona solo se letta al contrario di quanto inteso. E si sente.
Ed è qui che l’autore fallisce davvero:
quando il personaggio diventa interessante solo perché smentisce le intenzioni di chi lo ha scritto.
Cheryl non è un genio oscuro.
È una donna mediocre che ha avuto troppo potere, troppo presto, senza contraddittorio.
E il testo, senza volerlo, lo dimostra pagina dopo pagina.
Ma non era nelle intenzioni dell’autore ahimè.

