Molte persone, soprattutto dall’anno scorso, ormai sanno che scrivo. Parecchio. Anzi, diciamo pure imperterrito.
Ci sono periodi nei quali, tolto il lavoro, mangiare, dormire, occuparmi delle cose essenziali della vita e ricordarmi occasionalmente di essere un essere umano inserito in una società civile, praticamente non faccio altro.
Scrivo. Rileggo. Correggo. Cambio una scena. Mi convinco che quella scena adesso sia perfetta. La rileggo tre giorni dopo. Decido che fa schifo. La riscrivo.
Poi aggiungo un processo, una mappa, un personaggio, una contraddizione, una sottotrama, una battuta idiota che probabilmente farà ridere soltanto me e magari un’immagine di qualcuno che urla “OH SHIT!” nel momento meno opportuno.
E immagino che qualcuno, osservandomi dall’esterno, si chieda legittimamente: “Ma perché?”
Perché dedicare così tanto tempo a qualcosa che, almeno per ora, tengo in gran parte per me? Perché continuare a lavorare su storie iniziate quasi vent’anni fa?
Perché prendere personaggi inventati quando ero molto più giovane e continuare a chiedermi come renderli più profondi, più coerenti, più umani?
La risposta è cambiata parecchio nel tempo.
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