Molte persone, soprattutto dall’anno scorso, ormai sanno che scrivo. Parecchio. Anzi, diciamo pure imperterrito.
Ci sono periodi nei quali, tolto il lavoro, mangiare, dormire, occuparmi delle cose essenziali della vita e ricordarmi occasionalmente di essere un essere umano inserito in una società civile, praticamente non faccio altro.
Scrivo. Rileggo. Correggo. Cambio una scena. Mi convinco che quella scena adesso sia perfetta. La rileggo tre giorni dopo. Decido che fa schifo. La riscrivo.
Poi aggiungo un processo, una mappa, un personaggio, una contraddizione, una sottotrama, una battuta idiota che probabilmente farà ridere soltanto me e magari un’immagine di qualcuno che urla “OH SHIT!” nel momento meno opportuno.
E immagino che qualcuno, osservandomi dall’esterno, si chieda legittimamente: “Ma perché?”
Perché dedicare così tanto tempo a qualcosa che, almeno per ora, tengo in gran parte per me? Perché continuare a lavorare su storie iniziate quasi vent’anni fa?
Perché prendere personaggi inventati quando ero molto più giovane e continuare a chiedermi come renderli più profondi, più coerenti, più umani?
La risposta è cambiata parecchio nel tempo.
Per anni ho cercato di costruire soprattutto fuori da me
Per diversi anni ho investito una quantità enorme di energie nelle altre persone. Ho insegnato un lavoro. Ho spiegato SAP a persone che partivano praticamente da zero. Ho dato consigli, contatti, tempo.
Ho cercato di aiutare qualcuno a crescere professionalmente. Ho provato, nel mio piccolo, a costruire qualcosa di buono anche fuori dalla mia minuscola bolla personale.
Perché, per quanto io abbia una visione non esattamente idilliaca del mondo, ho sempre avuto quella strana convinzione secondo cui, se hai imparato qualcosa, tanto vale provare a passarla anche agli altri. A condividerla, soprattutto in un’Italia così di merda, detto sinceramente. Magari lasci il posto leggermente migliore di come l’hai trovato.
Bella idea.
Poi arrivano le persone. Qualche mese fa avevo già scritto di amicizie capaci di deteriorarsi per incomprensioni ridicole, aspettative mai comunicate, rancori coltivati come bonsai e perfino antipasti mangiati nel momento sbagliato.
Nel frattempo non ho cambiato particolarmente opinione. Anzi. Una delle cose che ho capito crescendo è che moltissimi rapporti umani, soprattutto quelli che non hanno radici davvero profonde, sono terribilmente fragili.
Puoi conoscere qualcuno per anni. Puoi averlo aiutato. Puoi esserci stato. Puoi aver costruito qualcosa insieme. E poi basta una stupidaggine.
Una parola interpretata male. Un periodo nel quale ci si sente meno. Una nuova compagnia. Un tizio nuovo che per loro diventa “fratello” in tre mesi, e tu diventi niente.
Un’aspettativa che nessuno aveva mai avuto il buon gusto di comunicarti.
Fine. Personaggio rimosso dal cast senza nemmeno una scena conclusiva decente. E la cosa più destabilizzante è proprio questa: spesso non c’è neppure un grande evento. Non serve il tradimento shakespeariano.
Non serve qualcuno che ti pugnala sotto la pioggia gridando che ti ha sempre odiato. A volte basta davvero una stronzata.
Francamente, almeno nel Lonnieverse quando qualcuno tradisce qualcun altro cerco di dargli una motivazione narrativa.
Perché molte persone non hanno manco quella, e farebbero schifo pure in una storia scritta.
La scrittura, invece, accumula
E credo che qui sia nato il cambiamento più importante nel mio rapporto con la scrittura. Ho cominciato a rendermi conto che mentre moltissime cose nella vita si disperdono, quello che scrivo si accumula.
Una scena scritta oggi esiste anche domani. Una storia completata dieci anni fa può essere riletta, migliorata, reinterpretata. Un personaggio che inizialmente funzionava poco può diventare, dopo anni di revisioni, uno di quelli a cui sono più affezionato.
La scrittura non mi garantisce che ciò che creo sia bello.
Magari scrivo una porcata. Ma quella porcata posso riaprirla. Posso capire perché non funziona. Perché un rapporto umano può finire senza concederti possibilità di revisione.
Una storia no. La scrittura non mi tradisce. Si lascia raffinare.
Il Lonnieverse è probabilmente l’esempio più evidente
Il Lonnieverse nasce da qualcosa di estremamente semplice. Una serie fortemente ispirata ad Ace Attorney, iniziata quando ero molto più giovane, con Wolf Lonnie nel ruolo dell’avvocato difensore.
Avrei potuto fermarmi lì. Naturalmente non l’ho fatto. Perché evidentemente possiedo qualche grave disturbo nella gestione delle dimensioni narrative.
Da quel nucleo sono nati negli anni filoni completamente diversi.
Wolf è rimasto legato maggiormente ai processi e alla ricerca della verità. Lilith Light ha portato tutto verso l’action, il thriller, l’FBI, indagini molto più fisiche e situazioni in cui la soluzione diplomatica spesso arriva qualche secondo dopo un calcio in faccia. Saria Lonnie mi ha permesso di ribaltare la prospettiva e lavorare dal lato dell’accusa, con storie più investigative e logiche.
(eccettera eccettera senza fare un pippone)
La cosa che mi diverte, però, è guardare una storia vecchia e chiedermi: “Come posso renderla migliore senza distruggere ciò che la rendeva quella storia?”
È diventata quasi una sfida contro me stesso.
Quest’anno ho scritto come un ossesso
Il 2026, da questo punto di vista, è stato probabilmente uno degli anni più intensi. Ho ripreso storie vecchie. Ne ho continuate altre. Ho ristrutturato processi. Ho riscritto interrogatori. Ho cercato di capire quando un personaggio dovesse vincere con la logica e quando invece dovesse semplicemente fallire come essere umano.
Ho continuato a chiedermi se una scena fosse veramente necessaria. Se una battuta arrivasse nel momento giusto. Se un caso fosse difficile perché intelligente oppure difficile perché l’autore aveva nascosto informazioni nel cassetto e poi pretendeva pure gli applausi.
Sono diventato molto più severo nei confronti di quello che scrivo. Una volta poteva bastarmi un’idea bella. Adesso voglio capire se quella bella idea funziona davvero dentro la storia.
E sì, molte di queste storie le tengo strette
Poi c’è l’altra domanda. “Ma chi le legge?” Poche persone. Quantomeno rispetto alla quantità spropositata di roba che ho scritto.
Una parte consistente del Lonnieverse continua a essere qualcosa di molto mio. Qualcuno legge. Qualcuno si appassiona. Qualcuno mi dà pareri che considero preziosi.
Altri probabilmente vedono la quantità di capitoli e decidono che, tutto sommato, potrebbero utilizzare meglio il proprio tempo studiando l’intero codice fiscale per fare concorsi pubblici.
Ma la cosa sorprendente è che ormai non mi importa particolarmente. Naturalmente sono felice quando qualcuno legge le mie storie. Sono ancora più felice quando qualcuno comprende davvero un personaggio, nota una sottigliezza o si affeziona a qualcosa che ho creato. Ma non è più la condizione necessaria perché io scriva.
Mi interessa vedere quanto lontano posso portare questo mondo.
L’escapismo non è necessariamente una brutta parola
Sarei disonesto se dicessi che nell’ultimo anno la scrittura non sia stata anche escapismo. Ma credo esista una differenza enorme tra fuggire dalla propria vita e concedersi un luogo nel quale quella vita smette temporaneamente di occupare ogni centimetro disponibile della testa.
Per me la scrittura è stata anche questo. Un modo di sopravvivere mentalmente a quella che considero una delle caratteristiche peggiori della nostra epoca: la sensazione che moltissime persone siano diventateusa e getta.
Rapporti rapidissimi. Connessioni rapidissime. Sostituzioni rapidissime. Persone che entrano nella tua vita con una velocità impressionante e ne escono altrettanto rapidamente.
Come se costruire qualcosa lentamente fosse diventato quasi anacronistico. E forse è anche per questo che mi piace così tanto lavorare su un universo che esiste da quasi vent’anni. È esattamente il contrario.
Non guardo una storia del passato soltanto chiedendomi quanto fosse ingenua. Mi chiedo cosa ci fosse lì dentro che, nonostante tutto, mi abbia fatto continuare per vent’anni.
Scrivere significa anche misurarmi con quello che ero
Questa forse è la parte che trovo più affascinante.
Quando lavori per così tanto tempo sullo stesso universo, finisci inevitabilmente per lasciarci dentro versioni differenti di te stesso.Ci sono storie scritte da un me che non esiste più.
Battute che oggi non scriverei. Scelte narrative che oggi costruirei diversamente. Personaggi che all’epoca capivo in un modo e oggi leggo completamente in un altro. È quasi archeologia personale.
Solo che invece di trovare un vaso etrusco trovi una scena del 2011 e pensi: “Madonna santa, perché ci sono sette avverbi in tre righe?”
Ma anche quello sono io. E correggerlo non significa necessariamente cancellarlo. Significa dialogare con quella versione di me e farla funzionare in qualche modo anche se era abbastanza scassata alla base.
Alla fine, cosa significa per me scrivere?
Significa costruire qualcosa che non dipende interamente dalla volontà di qualcun altro di restare. Significa avere davanti un problema e cercare una soluzione. Significa guardare un personaggio che funzionava al 60% e chiedermi come portarlo all’80%. Poi all’85%.
Significa trasformare tempo, pensieri, rabbia, curiosità, dolore e anche una quantità preoccupante di cazzate in qualcosa che prima non esisteva.
Per me scrivere vuol dire riflettere su tematiche e sulla mia capacità attuale di farlo. Di esprimere emozioni. Sono sempre stato molto incapace di esprimere a voce i miei sentimenti, scriverli è più facile.
Per le amicizie, ti capisco. Però per me non è mai stato un allontanamento altrui, ma una mia sparizione passiva: smetto di cercarli e magicamente spariscono