Tra scienziati smemorati, deltaplani, e la prima volta che ho detto “forse dovrei iniziare a scrivere sul serio”
Con il terzo caso di Wolf Lonnie: Ace Attorney avevo ormai abbandonato qualunque parvenza di realismo giuridico. Non che prima ci tenessi troppo, ma “La cascata dei misteri” è stato il mio primo vero tuffo (letterale) in atmosfere fantascientifiche, paranormali e assurde.
E a rileggerlo oggi, posso dire una cosa con chiarezza: non sapevo cosa stavo facendo, ma mi stavo divertendo un sacco.
Il contesto: un laboratorio, una cascata e una figlia forse morta
L’ambientazione di questo caso mi è rimasta addosso. Il laboratorio nascosto, il fiume vicino alla cascata, le stranezze, il mistero… per la prima volta non mi limitavo a incollare un processo a una mappa, stava nascendo un mondo. Mi ci sono affezionato subito, tant’è che in seguito ho voluto riprendere il parco, Gerald Hidden e l’estetica di questo luogo per altre storie.
Qui ho cominciato a esplorare con più libertà i toni cupi, le idee sci-fi esagerate (come la macchina che risucchia anni di vita), e l’atmosfera di sospetto totale in cui ogni personaggio ha almeno un segreto da nascondere.
Riassumo la trama: Wolf e Kristoph pescano da un fiume, casualmente, nel mezzo di una giornata tranquilla, un vecchio che ha perso la memoria, che a sua volta indica un cadavere che dovrebbe essere nascosto nella foresta.
Lo ritrovano, e il vecchio viene accusato di omicidio – ma non si riesce a capire bene la causa in quanto il corpo non mostra alcun segno apparente di morte. Si scopre che il vecchio, Gerald Hidden, è un inventore che ha costruito un macchinario per restituire energia vitale alla figlia, Jessica, malata, ma non ha funzionato.
Il suo assistente anziano, Richard Mc Dlanod, ha rubato le sue invenzioni, il macchinario per rubare energia vitale e un altro per cancellare la memoria per proprio tornaconto (ringiovanire e manipolare il prossimo), e li ha usati contro Gerald e Jessica, e la domestica di Gerald, Morticia Ladade, per sfruttarla per mandare in carcere Gerald fingendo un delitto, in modo da seppellire il tutto.
Notiamo già qualche tema più complesso rispetto ai casi precedenti.
Gerald Hidden, per esempio, è un personaggio nato chiaramente come omaggio a Gerald Robotnik, e la figlia Jessica (malata terminale) è un rimando diretto a Maria. A quell’età, le storie di sacrificio e scienza disperata mi affascinavano parecchio.
Non è un caso che in questo episodio si parli di trasferire anni di vita da una persona all’altra: è l’idea disperata di un padre, che però, nel caos narrativo iniziale, veniva fuori più come colpo di scena bizzarro che come gesto commovente. Ma ci ho lavorato sopra.
L’accusa non regge e la verità è sepolta in un fiume
In questo caso c’è un processo che sta in piedi solo grazie alla forza di volontà dei personaggi. Le accuse cambiano ogni dieci minuti, le prove spuntano da armadietti casuali, e a un certo punto un personaggio si trasforma letteralmente in un cane per via di un test neurologico alterato (sì, è successo davvero).
Eppure, è anche il caso dove si comincia a vedere una certa ambizione strutturale. I temi diventano più forti: identità, memoria, desiderio di rivalsa.
Wolf combatte con le unghie e con i denti per salvare il suo cliente, e riesce a inchiodare Mc Dlanod ricostruendo i fatti, e di come lui abbia manipolato Morticia e Hidden per disseminare prove che non dovrebbero esistere.
Il colpo di scena finale con Mc Dlanod che tenta la fuga è completamente fuori di testa, ma si regge su una tensione vera.
Cosa sia accaduto esattamente a Jessica, chi abbia attivato la macchina e con che intenzione… lo avevo chiaro solo dopo aver scritto tutto. Ma nel caos, c’era già una forma.
I personaggi (e il caos dietro la loro creazione)
- Gerald Hidden: inizialmente doveva essere ambiguo, ma è uscito fuori tragico. L’ho adorato da subito. Un padre che perde la memoria per dimenticare il proprio fallimento, ma che vuole comunque salvare sua figlia. Involontariamente potente.
- Jessica Hidden: pensata come pedina narrativa, è diventata il cuore emotivo della storia. Con lei volevo introdurre la fragilità e la malattia in modo più serio. A modo mio.
- Richard Mc Dlanod: primo esperimento di villain filler sopra le righe. Doveva essere solo un idiota fastidioso, ma mi ha divertito troppo per tenerlo semplice. È il mio primo “villain alla Joker”: teatrale, rumoroso, con monologhi senza senso e piani ridicoli ma inquietanti. Ci ho preso gusto.
- Morticia Ladade: una specie di statua vivente inquietante. Non so nemmeno io da dove sia uscita. So solo che la sua presenza rendeva il laboratorio più disturbante, quindi ho insistito su quel tono “sussurrato” alla horror.
- Blade Swordmaster: qui succede una cosa importante. Per la prima volta, Blade non è solo l’antagonista teatrale. Inizia a cedere, a umanizzarsi. Il rapporto tra lui, Ayane e Wolf prende una piega più intima, più interessante. Si rispettano, si pungolano, ma si stanno avvicinando. E questa dinamica, nel mio piano mentale, sarebbe esplosa più avanti.
- Ayane Taubey: in questo caso fa di tutto. Cade, vola, viene scambiata per un cane, tira fuori deduzioni brillanti e si prende cura di Jessica. È ancora spalla comica, ma si vede che inizia a diventare qualcosa di più e che, soprattutto, Wolf fa costante affidamento su di lei.
Il mio punto di svolta creativo
“La cascata dei misteri” è stato il mio caso di transizione.
Non solo per Wolf, ma anche per me. Fino a quel momento, scrivevo solo per sfogarmi, improvvisavo, buttavo giù idee a casaccio. Ma proprio durante questo episodio, mentre cercavo di incastrare invenzioni sci-fi con un processo credibile, ho iniziato a pensare:
“E se invece cominciassi a progettare davvero una trama più grande?”
È stato lì che ho sentito per la prima volta il peso della continuità.
La necessità di far quadrare le cose. Di creare archi narrativi. Di dare ai personaggi una traiettoria.
“La cascata dei misteri” è un caso assurdo, esagerato, narrativamente instabile, eppure fondamentale per quello che sarebbe venuto dopo.
È stato il mio campo di prova per toni sci-fi, villain sopra le righe, atmosfere cupe e scelte emotive forti.
Non è perfetto.
Ma è onesto.
Ed è il momento in cui ho capito che stavo iniziando davvero a costruire qualcosa di mio.
E da lì in poi, non sarebbe più stato solo un gioco.
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