Chainsaw Man è finito il 24 marzo, a sette giorni esatti dal primo aprile. E io per un po’ ci ho sperato che Tatsuki Fujimoto avesse deciso di organizzare il più grande scherzo nell’intera storia dei manga. Perché quantomeno avrebbe dato un senso a quell’ultimo capitolo sbucato fuori dal nulla. Perché tutto sommato sarebbe stata una scelta in linea con la follia dell’autore. E invece no. Il primo aprile non è successo proprio nulla e neppure nei giorni successivi. Così sono stato costretto a scendere a patti con la realtà: Chainsaw Man è finito davvero nel modo più anticlimatico possibile.

Tutto all’improvviso
Il mio problema con il finale della serie non è legato tanto agli eventi presenti nell’ultimo capitolo, quanto al modo in cui Fujimoto ha scelto di arrivarci. L’autore ha premuto il piede sull’acceleratore all’improvviso, troncando a metà l’arco narrativo dello scontro tra Yoru e Denji e mettendo in scena un reset della realtà molto poco coerente con quanto narrato fino a quel momento. Delle possibili ragioni dietro a questa scelta ne parlerò in un secondo momento, per ora voglio soffermarmi sulle conseguenze che ha avuto sulla trama.

Il finale non è arrivato in modo organico, bensì è stato infilato a forza nel bel mezzo di un arco narrativo che era ancora in corso e stava andando in una direzione differente. C’erano ancora delle sottotrame aperte e dei personaggi che dovevano esprimere al meglio il proprio potenziale o portare a termine il proprio percorso, tra cui il Diavolo Morte e il Diavolo Carestia. Andando dritto al finale, Fujimoto ha lasciato tante questioni in sospeso e ciò rappresenta una violazione del patto narrativo. Se un autore introduce un personaggio o uno snodo di trama non può semplicemente lavarsene le mani quando non ha più voglia di svilupparlo, deve almeno provare a dare una conclusione (e magari anche un senso) a ciò che ha introdotto.
“Themes and such”
Dal punto di vista tematico il finale proposto è tutto sommato coerente con quanto narrato nel resto del manga. Chainsaw Man ha sempre parlato dei sogni e del desiderio di raggiungere la felicità, che però si scontra spesso con l’incapacità del cervello umano di accontentarsi dello status quo troppo a lungo (adattamento edonico). Durante la seconda metà dell’opera, Fujimoto ha parlato più volte delle difficoltà incontrate da Denji nel limitarsi a vivere una vita normale. Pur essendo felice di poter andare a scuola e vivere insieme a Nayuta e agli animali domestici, il protagonista non ha mai nascosto il desiderio di essere apprezzato pubblicamente per le imprese compiute di nascosto nei panni di Chainsaw Man. La sua incapacità di rinunciare al proprio alter ego ha causato alcune delle tragedie più grandi della parte due, inclusa la morte di Nayuta.

Per permettere a Denji di tornare a condurre una vita relativamente normale, nel penultimo capitolo Pochita ha deciso di mangiarsi da solo, causando la scomparsa di Chainsaw Man e delle pesanti modifiche alla realtà (che però non appaiono giustificate dalle informazioni fornite in precedenza al lettore sul funzionamento dei suoi poteri). Le ultime pagine del manga mostrano un Denji privo della sua doppia identità e libero di vivere senza responsabilità eccessive, circondato da alcune persone con le quali aveva stretto un legame (tra cui una rediviva Power).
Per quanto coerente dal punto di vista tematico, un lieto fine del genere non appare solo affrettato, ma anche immeritato. Denji non ha compiuto il percorso di maturazione necessario per arrivare ad ammettere a sé stesso di dover rinunciare a Chainsaw Man per poter essere davvero felice. Si è limitato a subire le conseguenze delle azioni di Pochita e nel capitolo finale non si comporta in modo poi così diverso rispetto al passato. Al massimo sembra leggermente meno ossessionato dai propri appetiti sessuali, ma è un aspetto difficile da giudicare nelle poche pagine che compongono l’epilogo.

Quel che manca
Per rendere coerente con il resto dell’opera un finale del genere sarebbero serviti almeno 20 o 30 capitoli in più, dedicati alla crescita psicologica di Denji e alla natura dei poteri di Pochita, i cui limiti sono diventati fumosi proprio per colpa dell’ultimo capitolo. Nelle saghe precedenti era stata stabilita la sua capacità di cancellare alcuni concetti dall’esistenza mangiando il Diavolo corrispondente (per esempio, quando si era nutrito del Diavolo Gambe tutti i personaggi avevano iniziato a muoversi facendo affidamento solo sulle braccia), senza però causare la cancellazione retroattiva di aspetti legati a esso (le cuffie esistevano anche nella versione del mondo senza orecchie, per dirne una) o provocare dei reset della timeline.

Inoltre, sarebbe stato anche doveroso portare a termine in modo soddisfacente il percorso narrativo di Asa Mitaka, che in base alle premesse avrebbe dovuto essere la vera protagonista della seconda parte del manga. La liceale ha svolto un ruolo di primo piano più o meno fino alla morte di Nayuta, poi è finita parecchio in secondo piano. Yoru ha iniziato a rubarle la scena sempre più spesso e la loro dinamica conflittuale, molto interessante nei primi archi narrativi, ha perso parecchio mordente. Speravo che al termine dello scontro infinito con Denji la situazione avrebbe potuto evolversi e invece c’è stato un cambiamento radicale che ha lasciato priva di una conclusione la storyline della co-protagonista e del Diavolo Guerra.
Potenziale sprecato
Ci sono anche tanti personaggi apparentemente importanti che però non hanno mai fatto nulla di davvero decisivo. Ripensando a Lil’D (Morti nella versione italiana del manga, da quel che ho visto), a Fami, a Yoshida, al Diavolo Fuoco e al falso Chainsaw Man (non quello sconfitto da Denji, l’altro), non riesco a pensare ad altro che alle parole “potenziale sprecato”. Pure con Barem e Nayuta si sarebbe di sicuro potuto fare di più, ma loro in parte li salvo perché almeno qualche momento in cui sono stati davvero rilevanti c’è stato.

Le motivazioni di Fujimoto
Nessuno può sapere con precisione cos’abbia portato Tatsuki Fujimoto a chiudere in fretta e furia Chainsaw Man, però la possibilità più realistica è che si sia semplicemente stancato della sua stessa opera e, soprattutto, dei ritmi di pubblicazione imposti da Shōnen Jump+. Nel corso degli ultimi anni la pubblicazione del manga è stata spesso bimensile e la qualità della scrittura e, soprattutto, dei disegni ha subito un calo. Questi segnali hanno portato la community a immaginarsi un Fujimoto privo della motivazione che lo aveva portato a raggiungere le vette qualitative della prima parte dell’opera o di oneshot come “Look back” e “Goodbye Eri”. E, in tutta onestà, posso capirlo. Penso che pure io mi stuferei di una mia storia se fossi costretto a portarla avanti con ritmi serratissimi e senza pause tali da consentirmi di godermi un po’ la vita.

Purtroppo questo è un problema che riguarda una larghissima fetta dell’industria dei manga e che in passato ha portato alcuni artisti alla morte per troppo lavoro (nota anche come “karoshi”). Credo che se a Fujimoto fosse stata offerta la possibilità di far uscire dei capitoli più lunghi a cadenza mensile la situazione sarebbe probabilmente migliorata e l’opera si sarebbe conclusa in modo meno brusco.
La seconda parte di Chainsaw Man è insalvabile?
Al netto dei problemi del finale e di alcune storyline che non si sono sviluppate in modo del tutto soddisfacente, non me la sento comunque di bocciare la parte due di Chainsaw Man nella sua totalità. I primi archi narrativi sono ottimi (fino al termine dello scontro con il Diavolo Caduta) e anche nelle saghe un po’ meno ispirate ci sono delle trovate originali in puro stile Fujimoto che rendono la lettura interessante. Tuttavia alcune idee, per quanto potenzialmente valide, sembrano inserite abbastanza a caso e si ha spesso la sensazione di una storia sviluppata a braccio, senza un’accurata pianificazione a lungo termine.

Nonostante la delusione, non posso negare l’importanza che Chainsaw Man ha avuto nella mia vita durante gli ultimi anni e quando Fujimoto tornerà con una nuova opera sarò pronto a dargli fiducia, sperando che gli errori commessi possano aiutarlo a crescere come artista.