Quest’anno ho fatto una cosa che, emotivamente, equivale a rimettersi a parlare con un ex che sai ti farà male:
ho rivisto Nana.
L’ho fatto con mia moglie, quindi con testimoni, commenti a caldo e sospiri sincronizzati. E sì: Nana resta un anime iconico, affascinante, doloroso… ma anche tremendamente imperfetto.
La storia parte benissimo.
Due ragazze, stesso nome, stesso treno, direzione Tokyo.
Sembra quasi una coincidenza romantica, e invece è una dichiarazione d’intenti.
All’inizio tutto sembra semplice:
- Nana Komatsu (Hachi): sognatrice, emotiva, ingenua.
- Nana Osaki: rock, cinica, apparentemente pragmatica.
Poi Nana fa quello che sa fare meglio: ti frega.
Andando avanti scopri che le etichette non reggono:
- Hachi, quella “leggera”, diventa sempre più decisa sul suo desiderio di famiglia e stabilità.
- Osaki, la “forte”, si rivela fragilissima, terrorizzata dall’abbandono e incapace di reggere i legami senza soffocarli.