Nana (anime) – Recensione

Quest’anno ho fatto una cosa che, emotivamente, equivale a rimettersi a parlare con un ex che sai ti farà male:
ho rivisto Nana.
L’ho fatto con mia moglie, quindi con testimoni, commenti a caldo e sospiri sincronizzati. E sì: Nana resta un anime iconico, affascinante, doloroso… ma anche tremendamente imperfetto.

La storia parte benissimo.
Due ragazze, stesso nome, stesso treno, direzione Tokyo.
Sembra quasi una coincidenza romantica, e invece è una dichiarazione d’intenti.

All’inizio tutto sembra semplice:

  • Nana Komatsu (Hachi): sognatrice, emotiva, ingenua.
  • Nana Osaki: rock, cinica, apparentemente pragmatica.

Poi Nana fa quello che sa fare meglio: ti frega.

Andando avanti scopri che le etichette non reggono:

  • Hachi, quella “leggera”, diventa sempre più decisa sul suo desiderio di famiglia e stabilità.
  • Osaki, la “forte”, si rivela fragilissima, terrorizzata dall’abbandono e incapace di reggere i legami senza soffocarli.

Il cuore dell’opera è qui:
le apparenze sono una comfort zone, ma la verità emotiva è molto più scomoda.

Nana Komatsu: imperfetta, buffa, umanissima

La mia preferita, senza troppi giri di parole.

Hachi è un personaggio estremamente umano: buffa, adorabile, contraddittoria, insicura, capace di amare in modo totale e sbagliato.

Ha tanti difetti quanti pregi, e soprattutto si lascia trascinare dagli eventi e dagli uomini, cosa che la rende incredibilmente relatable.
Non è un’eroina, non è un modello, è una persona che sbaglia spesso… e per questo funziona.

L’unico vero “difetto” narrativo è che vorresti vederla felice almeno una volta senza che l’universo le presenti il conto subito dopo.

Nana Osaki: scritta bene, ma emotivamente dipendente

Osaki è un personaggio solido, con un passato interessante, una solitudine autentica e una forte empatia verso Hachi.
Il problema emerge col tempo: l’attaccamento diventa eccessivo.

In alcune scene il legame tra le due Nana smette di essere complicità e diventa quasi dipendenza emotiva.
Non è sbagliato in sé — anzi, è coerente col suo trauma — ma a lungo andare pesa, soprattutto quando la storia insiste su questa dinamica senza davvero evolverla.

Altri personaggi

Takumi Ichinose.
Qui apro una parentesi dolorosa.

Nel manga, Takumi Ichinose è affascinante, manipolatore, tormentato, elegante nei modi e profondamente problematico, nonché donnaiolo (mostrato).

Nell’anime, invece, viene… addomesticato (salvo una scena dove si forza su Hachi).

I suoi lati peggiori sono solo accennati, le sue azioni sembrano quasi giustificate (o meglio – sembra un uomo odiato solo per sentimento comune), e il risultato è un personaggio molto più banale, che non restituisce affatto il peso morale che dovrebbe avere.

E questo è un problema, perché Takumi non deve essere rassicurante.
(non che mi dispiaccia vedere Nana contenta, ANZI, ma Takumi per me è il personaggio top della serie, e vederlo così semplificato… meh)

Altro personaggio penalizzato dall’adattamento.

Reira nel manga è volubile, infantile, fragile, una principessina che però soffre molto — e soprattutto comprensibile.
Nell’anime conserva i tratti, ma non incidono davvero sulla trama.

È lì, canta, soffre un po’, ma senza lasciare un segno narrativo forte. Peccato.

Shin funziona.
È giovane, viene dalla strada, ha un passato difficile, ma è anche affettuoso, lucido e spesso più maturo degli adulti che lo circondano.

Un personaggio che l’anime riesce a trattare con rispetto e delicatezza.
(anche se ho sempre odiato il suo look ma amen)

Sarò brutale: Ren non mi ha mai convinto.
Non è scritto male, ma è insipido.
C’è, soffre, ama, suona… ma raramente lascia un’impronta emotiva vera.

Non ho molto da dire su Yasu e Nobu, non mi hanno colpito particolarmente.

Personaggi peggiori (e a mio parere realmente scritti male): Junko e il suo ragazzo Kyosuke hanno una funzione narrativa molto chiara: commentare la vita di Hachi come se fosse un reality show. Esistono quasi esclusivamente per parlare di lei, non con lei.

Quando Nana si inceppa (ma non crolla)

Dopo la prima parte — quella splendida convivenza, degli scambi, dell’aiutarsi a vicenda — la trama rallenta.

  • Le due Nana si separano
  • Parte una valanga di drammi
  • Arriva la sottotrama della gravidanza (interessante, ma pesante)
  • Spuntano decine di personaggi secondari (i vari manager e dipendenti dei Blast e dei Trapnest), spesso introdotti e subito accantonati

Il problema più grande?
L’anime si interrompe proprio quando alcuni di questi personaggi (come Asami, la pornostar, potenzialmente interessantissima) avrebbero bisogno di spazio.

Il risultato è una lunga sequenza di sofferenza, tradimenti, giudizi e distacchi che si segue… ma con fatica. Però si segue perché ti affezionati.

Tirando le somme

Nana resta uno shoujo leggendario, emotivamente potente, profondamente imperfetto.

L’anime vale la visione, ma il manga è superiore. Più completo, più coerente, più coraggioso nei personaggi e con dialoghi e relazioni meglio esplorati.

Se amate le storie che parlano di legami, dipendenza emotiva, crescita (o difficoltà nel farlo), Nana resta un’esperienza da fare.
Ma sappiate una cosa prima di iniziare: non ne uscirete più leggeri. E forse è proprio questo il punto.

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Autore: Gabriele Glinni

Esperto di informatica, amante della scrittura creativa. Autore di Ascend-ent e Descend-ent. Sostenitore dell'arte della composizione di messaggi efficaci ed eloquenti.

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