Il 2025 è stato un anno interessante dal punto di vista videoludico, soprattutto perché è stato pieno di sorprese inaspettate. Mi sono divertito con giochi che dalla demo non mi erano sembrati troppo nelle mie corde, ho recuperato capolavori che avevo colpevolmente ignorato e sono rimasto affascinato da opere create senza disporre di un budget astronomico. Prima di scoprire nel dettaglio quali sono stati i titoli che mi hanno accompagnato durante gli scorsi 12 mesi, vi invito a scoprire tutte le precedenti edizioni di questa rubrica annuale: 2020 • 2021 • 2022 • 2023 • 2024
Gennaio
L’anno si è aperto con Doom (quello del 2016), videogioco che ha subito messo in evidenza un problema che mi ha accompagnato per buona parte del 2025: il drifting del DualSense. A causa di questo difetto del controller (arrivato assieme alla PS5 all’inizio del 2023, quindi neanche troppo tempo fa) non sono riuscito a godermi appieno l’esperienza e infatti ho rinunciato a portare avanti il gioco dopo qualche ora. Nel complesso quel che ho visto non mi è dispiaciuto, anche se il genere non è troppo nelle mie corde, e non escludo di dare una seconda chance al titolo in futuro.

È andata senz’altro meglio con The Stanley Parable: Ultra Deluxe. Trattandosi di un gioco perlopiù basato sulla narrazione, il rischio di perdere la vita a causa del drifting è piuttosto basso (ma non pari a zero!). Ho apprezzato molto la presenza di tanti scenari diversi in base alle scelte compiute e i continui monologhi del narratore mi hanno strappato più volte dei sorrisi. Conoscevo già il gioco perché mi era capitato di vedere un breve gameplay su YouTube, ma viverlo in prima persona è stato comunque appagante, soprattutto per merito dei contenuti extra di questa edizione.

Verso fine gennaio mi sono ritrovato pressoché costretto a cambiare computer portatile, il che mi ha dato l’opportunità di sostituire il vecchio Asus con un bel TUF Gaming A15, perfetto per sfruttare al meglio i tanti giochi accumulati nella libreria di Steam nel corso del tempo. Assieme al PC ho anche ricevuto una prova trimestrale del GamePass di Microsoft, che ho sfruttato subito per recuperare Lies of P. Ricordate che nell’introduzione avevo menzionato dei giochi che dalla demo mi erano sembrati poco adatti a me? Ebbene, ho detto due bugie! 1) Si tratta di un gioco solo, a differenza di quel che ho lasciato intendere usando il plurale. 2) In realtà la demo mi era piaciuta tanto, però non ero mai riuscito a finirla a causa della difficoltà di uno dei boss.

Riprendere in mano Lies of P “gratis” mi ha permesso di approcciarmi al gioco senza preoccuparmi troppo della possibilità di restare bloccato. Durante le prime due o tre partite sono arrivato fino al punto in cui mi ero bloccato nella demo e sono riuscito a battere al primo colpo il boss che tanto mi aveva fatto penare! È stata una bella iniezione di fiducia che mi ha permesso di approcciarmi al resto del gioco con maggiore sicurezza nelle mie abilità. Non sono mancati dei boss ostici che hanno richiesto svariati tentativi (oltre a dei cambi di strategia) e una fase incentrata sul platforming mi ha fatto imprecare parecchio, ma tenendo duro ho portato a termine il gioco in circa tre settimane, ottenendo uno dei possibili finali.
L’esperienza mi è piaciuta a tal punto che al termine dei titoli di coda ho iniziato subito il New Game Plus. Inizialmente pensavo che mi sarei limitato a fare un pezzetto del gioco per scoprire le differenze principali con la prima run, ma la voglia di ottenere tutte le armi, i talismani e i collezionabili mi ha spinto ad andare fino in fondo. Ho finito il gioco altre tre o quattro volte, arrivando a sbloccare tutti gli obiettivi. L’ho persino riscattato quando, mesi dopo, è arrivato sul PlayStation Plus! Insomma, penso si possa capire quanto questo gioco sia riuscito a fare breccia nel mio cuore. Il merito non è solo di un gameplay tanto raffinato quanto appagante (anche se non facilissimo da padroneggiare, vista la mole di opzioni tra braccia prostetiche, arti della favola, mole ecc.), ma anche di una trama interessante (e meno criptica di quella dei vari giochi From Software da cui trae chiaramente ispirazione), di personaggi a cui è fin troppo facile affezionarsi e di un’atmosfera suggestiva, con tanti richiami alla Belle Époque. Impossibile non menzionare la colonna sonora, azzeccatissima e pieni di brani che non mi stancherei mai di riascoltare, tra cui Feel e Shadow Flower. Ora è meglio se smetto di parlarne, perché mi sta venendo voglia di giocarci di nuovo!
Oltre a Lies of P ci sono altri due giochi sui quali ho passato un po’ di ore a fine gennaio. Il primo è HoloCure – Save the fans!, titolo ispirato al più famoso Vampire Survivors che permette al giocatore di vestire i panni di una delle tante vtuber di Hololive Production per superare livelli pieni di orde di nemici, potenziamenti randomici e boss. È un titolo che mi sento di consigliare soprattutto a chi ha una certa familiarità con il mondo delle vtuber, perché giocarci sapendo bene chi sono Mori Calliope, Gawr Gura, Ouro Kronii, Kaela Kovalskia, Usada Pekora ecc. ha tutto un altro sapore. Rimane comunque divertentissimo anche per chi non ha mai sentito nominare Hololive in vita sua, però in questo caso perde un po’ quel sapore unico che lo distingue dagli altri giochi in stile Vampire Survivors.

Il secondo gioco che devo necessariamente citare è Dark Souls Remastered. Dopo aver portato a termine Bloodborne, Elden Ring e Demon’s Souls ci tenevo a recuperare quello che con ogni probabilità è stato il gioco più importante realizzato da From Software (almeno in termini di impatto). Purtroppo, nonostante numerosi tentativi, non sono riuscito ad apprezzarlo come avrei voluto. Ho passato un po’ di ore ad attendere il momento in cui la frustrazione avrebbe lasciato il posto al divertimento (come mi era già capitato in passato con Bloodborne), ma purtroppo non è mai arrivato. Mi dispiace, perché è chiaramente un gioco che ha tantissimo da offrire e che una parte di me vorrebbe apprezzare come merita, però non è proprio scattata la scintilla. Magari in futuro farò un altro tentativo.

Febbraio
Come intuibile, febbraio è stato un mese durante il quale ho dedicato buona parte del mio tempo libero a Lies of P, tuttavia sono riuscito a ritagliare qualche oretta anche per dei videogiochi diversi. Uno di essi è Spyro: Reignited Trilogy, la remastered dei primi tre giochi dell’iconico draghetto viola. Avrei voluto rigiocarli tutti, ma l’entusiasmo è sceso abbastanza in fretta e alla fine mi sono limitato a fare circa tre quarti del primo gioco. Nel complesso mi sono divertito e ho apprezzato parecchio la nuova veste grafica, ma devo ammettere che alcune meccaniche di gameplay non mi sono sembrate invecchiate benissimo. È stato comunque un tuffo piacevole nei ricordi e devo ammettere che prima o poi non mi dispiacerebbe portare a termine l’avventura e giocare pure a Gateway to Glimmer e Year of the Dragon.

Nel corso del mese ho giocato anche alla prima parte di Lost Records: Bloom & Rage, l’ultima fatica di Don’t Nod, team famoso soprattutto per Life is Strange. È un gioco del quale ho apprezzato soprattutto la collocazione temporale (c’è poco da fare, le opere ambientate negli anni ’90 sono il mio punto debole) e l’alchimia tra le protagoniste, che traspare sempre durante i dialoghi. La trama mi è piaciuta abbastanza, ma nella seconda metà ci sono state alcune scelte narrative che non mi hanno fatto impazzire. C’è un personaggio in particolare che aveva il potenziale per essere molto interessante e invece è diventato un po’ una macchietta. Comunque nel complesso è stata una esperienza godibile.

Marzo
Nel corso del mese non ho fatto altro che giocare a titoli di cui ho già parlato (soprattutto Lies of P e HoloCure).
Aprile
Approfittando dell’abbonamento al PlayStation Plus, ad aprile ho passato qualche ora su Digimon Story: Cyber Sleuth – Hacker’s Memory, gioco per il quale nutrivo una certa curiosità da un po’ di tempo. La prima impressione è stata buona: visivamente l’ho trovato molto gradevole e sia la storia che i personaggi mi sono sembrati abbastanza interessanti. Purtroppo il combat system fin troppo essenziale mi ha annoiato in fretta. Ho provato a tenere duro nella speranza che la situazione sarebbe migliorata, ma anche dopo una decina di ore ho continuato a trovarmi di fronte a scontri poco stimolanti. Ad aggravare la situazione ci ha pensato il level design dei “dungeon”, davvero spoglio e banalotto. Ho sentito parlare molto meglio di Time Stranger, quindi magari in futuro proverò a buttarmi su quello.

Un altro gioco che ho abbandonato dopo una dozzina di ore scarse è Hogwarts Legacy (pure questo gentilmente “offerto” dal Plus). Durante le prime sessioni di gioco mi sono divertito davvero tanto a esplorare il castello e a imparare a usare i vari incantesimi, ma pure in questo caso il sistema di combattimento non è stato in grado di entusiasmarmi (dopo un po’ gli scontri iniziano a seguire sempre le stesse dinamiche). Diciamo che la freschezza delle prime ore è stata sostituita abbastanza in fretta da una sensazione di ripetitività che mi ha tolto ogni voglia di portare avanti il gioco. Magari più avanti proverò a riprenderlo in mano, perché comunque non l’ho trovato terribile e una certa curiosità di esplorarlo più a fondo mi è rimasta. Di una cosa però sono sicuro: se l’avessi giocato da bambino lo avrei adorato alla follia.

Voglio spendere anche un paio di parole su GTA V, che a un certo punto mi sono ritrovato incluso nel GamePass. È un altro gioco che ho lasciato perdere dopo qualche ora, ma non per demeriti suoi: l’opera di Rockstar è ben fatta e anche a distanza di anni dalla sua uscita si difende bene. Il problema sono io. Fin dai tempi di Vice City non sono mai riuscito ad approcciarmi “seriamente” alla saga di GTA. Non riesco a vedere i titoli che ne fanno parte come delle esperienze da portare a termine dall’inizio alla fine, ma solo come degli enormi parchi giochi nei quali passare il tempo a cazzeggiare, portando a termine pochissime missioni principali. Non so di preciso perché, ma quando ho un GTA tra le mani finisco sempre per ignorare del tutto la storia per mettermi a causare incidenti, stalkerare gli npc per mezza città (qualcuno ha detto “terrorismo psicologico”? ahaha), guidare sulle colline ecc. Di base non c’è nulla di male in questo approccio, però mi rende davvero tanto difficile arrivare a ottenere un giudizio completo sul gioco, perché a conti fatti ne vedo solo una minuscola porzione!

C’è un quarto gioco di fila sul qualche mi sono limitato a passare qualche ora senza portarlo a termine (giuro che per il momento è l’ultimo lol): il remake di The Elder Scrolls IV: Oblivion. L’ho provato per fare un confronto con l’originale (pure quello iniziato e mai finito, giusto per essere trasparente) e sono rimasto piacevolmente stupito dalle tante migliorie apportate, sia sul piano della grafica che su quello del gameplay. A parte un bug che mi ha impedito di completare una missione, non ho riscontrato particolari problemi, se non quelli tipici del gioco base, che ormai ha pure vent’anni sulle spalle. Ho interrotto l’avventura dopo tre o quattro sessioni per buttarmi sul titolo di cui parlerò nel prossimo paragrafo, ma non escludo di riprenderla in futuro.

Clair Obscur: Expedition 33 è un gioco al quale mi sono approcciato senza troppe aspettative. Dall’unico trailer che avevo visto mi aveva ricordato Persona 5 e tanto mi era bastato per avere una certa voglia di giocarci. Quel che mi sono trovato di fronte è stata un’opera d’arte capace di lasciarmi a bocca aperta dall’inizio alla fine. La potenza visiva degli scenari mi ha stregato, portandomi più volte a riflettere sulle possibili influenze artistiche alla base di luoghi come Visage o il villaggio dei Gestral. La sensazione di trovarsi di fronte a un dipinto in movimento è impossibile da scacciare. Pure la colonna sonora ha dell’incredibile: ogni singolo brano è memorabile e contribuisce a rendere ancora più potente la porzione di gameplay che si sta vivendo, a prescindere dal fatto che si tratti dell’esplorazione di una località nuova o di uno scontro con un boss. Azzeccatissima la scelta di inserire tante parti cantate, con i vocalist che talvolta dialogano tra loro nel corso del brano (chi conosce il francese rischia pure di beccarsi qualche spoiler/anticipazione degli eventi futuri).

Sul fronte del gameplay ho trovato parecchio intrigante la scelta di mischiare i classici combattimenti a turni con il sistema di schivate e parry tipico di altri generi. Non è una novità assoluta (già in Mario RPG su Snes c’erano delle dinamiche simili, seppur meno complesse), ma funziona bene, anche se all’inizio ci vuole un po’ ad abituarsi. Meno riuscita la gestione dei vari menù, che a tratti ho trovato abbastanza confusa. In un gioco di ruolo si passa davvero tanto tempo a smanettare tra abilità ed equipaggiamento, quindi sarebbe sempre meglio rendere le schermate il più intuitive possibile.
I più grandi punti di forza del gioco sono la storia e i personaggi, realizzati benissimo e capaci di stupire in ben più di un’occasione. Sui finali ho qualche dubbio/riserva, però li ho trovati comunque molto coraggiosi e squisitamente europei.
Maggio
Ho dedicato la maggior parte del mese a Clair Obscur: Expedition 33 e nel resto del tempo ho portato avanti dei giochi di cui ho già parlato.
Giugno
So che di Lies of P ho già parlato parecchio prima, ma ci tenevo a spendere due parole sul DLC Overture. Dopo un inizio burrascoso (la parte dello zoo non è tra le mie preferite, mettiamola così), l’espansione mi ha regalato una gioia dopo l’altra, raggiungendo dei picchi insperati nella sua ultimissima porzione. Alcune boss fight sono fantastiche e le armi che si possono ottenere valgono da sole il prezzo del biglietto.

Nel corso di giugno sono usciti anche i capitoli 3 e 4 di Deltarune, che ho giocato molto volentieri. Ho apprezzato le svolte narrative introdotte da Toby Fox, che hanno il potenziale per condurre l’intera storia a un finale ancora più epico di quello di Undertale. Se del terzo capitolo ho apprezzato soprattutto l’atmosfera sopra le righe e l’antagonista principale, del quarto ho amato l’approfondimento sulla lore e la crescita di Susie, che si sta confermando sempre di più come il personaggio migliore dell’intero gioco.

Luglio
A luglio è iniziata la mia avventura su Death Stranding 2: On the Beach, che tra una cosa e l’altra si è protratta fino a settembre. Dal punto di vista del gameplay l’ho trovato un buon sequel, che ha ripreso quanto di buono fatto nel primo gioco e l’ha espanso, introducendo dell’equipaggiamento in grado di semplificare la vita durante le consegne e delle armi perfette per affrontare a muso duro CA e nemici umani. Grazie a queste novità le prime 15 ore di gioco sono state parecchio godibili. Nella parte centrale è subentrata un po’ la noia (soprattutto per colpa della parte ambientata sulle montagne innevate, che ho odiato con tutto me stesso), ma per fortuna la situazione è tornata a farsi interessante nelle fasi finali.

La gestione della trama e delle interazioni tra i personaggi non mi ha fatto impazzire, perché per la maggior parte del tempo si riduce tutto a delle cutscene brevi che aggiungono poco a quanto visto fino a quel momento. Ciò ha inevitabilmente portato a dover riempire la conclusione di spiegoni che con un’impostazione diversa si sarebbero potuti evitare o quantomeno ridurre. Tra l’altro alcuni colpi di scena mi sono sembrati esagerati pure per un autore sopra le righe come Kojima.
Agosto
Oltre a portare avanti Death Stranding 2, nel corso del mese ho giocato a Paranormasight: The Seven Mysteries of Honjo, una visual novel incentrata sul paranormale che ha saputo tenermi incollato allo schermo del PC per svariate ore di fila grazie a una trama accattivante. La divisione delle porzioni della trama in una sorta di timeline mi ha ricordato un po’ la serie Zero Escape, senza però mai arrivare agli stessi livelli di complessità.

Settembre
Tra una sessione a Death Stranding 2 e l’altra ho sentito il bisogno di giocare a qualcosa di più leggero per staccare un po’ la spina. La scelta è ricaduta su Sackboy: Una grande avventura, platform senz’altro carino, che però mi ha stufato dopo una manciata di livelli. Purtroppo non sono mai stato un grande amante di Little Big Planet e ciò potrebbe in qualche modo aver influito sul mio giudizio (anche se ho cercato di approcciarmi al gioco con la mente sgombra da ogni preconcetto).

È andata decisamente meglio con Hades, roguelite sul quale ho passato un buon numero di ore. Il gameplay loop è accattivante e la presenza di armi e potenziamenti da sbloccare rende molto meno fastidiosa la ripetitività tipica del genere, soprattutto perché ogni ritorno al punto di partenza è spesso accompagnato da nuovi dialoghi o altre chicche che rendono l’hub “vivo” (il che è paradossale, considerando dove si svolge il gioco). Sono riuscito ad arrivare al termine dell’avventura, ma non ho ancora visto il vero finale perché a un certo punto la voglia di rifare tutto daccapo è venuta meno. Ho comunque intenzione di riprenderlo in mano per chiudere il cerchio come si deve prima di passare al sequel.

Su Steam ho anche scoperto un gioco indie molto carino chiamato Refind Self – Il test di personalità videoludico. Come suggerisce il nome, si tratta di un gioco in cui ogni azione compiuta serve a tracciare il profilo psicologico del giocatore (un po’ come avveniva in Silent Hill: Shattered Memories). Ci sono davvero tante opzioni possibili e vale la pena affrontare più volte l’avventura (di breve durata) per ottenere un’analisi ancora più completa e interessante (per quanto del tutto non ufficiale). A conti fatti è una versione più interattiva e divertente dei tanti test della personalità che si possono trovare su Internet. Poi la grafica è proprio carina, così come la trama che si scopre poco per volta.

Ottobre
Durante ottobre non ho iniziato nulla di nuovo.
Novembre
All’inizio di novembre ho provato a iniziare Code Vein, ma il sistema di combattimento e il level design mi hanno fatto un’impressione talmente pessima che non credo di essere andato oltre le due/tre ore. Peccato, perché l’estetica anime non era niente male.

Ho dedicato il resto del mese al remake di Silent Hill 2. Nel complesso l’ho apprezzato parecchio (soprattutto sul fronte della trama, che conoscevo solo a grandi linee) e mi ha fatto piacere immergermi nelle sue atmosfere da horror psicologico, ma alcune aree fin troppo piene di nemici non mi hanno fatto impazzire. Per me in un gioco di questo tipo è sempre meglio mettere pochi scontri, soprattutto per non dare modo al giocatore di abituarsi alle creature (andando di conseguenze a depotenziare il fattore paura). Inoltre, la lunghezza di certe porzioni dell’avventura mi è parsa eccessiva. Nonostante questi difetti, resta comunque uno dei miei giochi preferiti tra quelli portati a termine nel corso del 2025.

Verso la fine del mese ho iniziato anche The House in Fata Morgana, visual novel che mi ha fatto compagnia anche a dicembre e nella prima metà di gennaio. A differenza di Paranormasight o di altre opere simili maggiormente interattive (come Ace Attorney o Zero Escape), The House in Fata Morgana è una visual novel classica, il che significa che il giocatore deve solamente stare davanti allo schermo a leggere, venendo chiamato a fare una scelta solo una volta ogni tanto. Chiaramente un gioco impostato in questo modo può funzionare solo se la trama è degna di nota e per fortuna quella di The House in Fata Morgana lo è. All’inizio si parte con delle storie apparentemente scollegate l’una dall’altra, ma con il passare delle ore si capisce con ogni singolo tassello fa parte di un grosso mosaico da ricomporre poco per volta.

Talvolta ho trovato la narrazione un po’ prolissa (della serie “sì, ho capito il concetto, vai avanti!) e per i miei gusti ad alcuni personaggi sono capitate fin troppe sfortune di fila, ma per il resto è una visual novel davvero solida che consiglio a tutti gli appassionati del genere, anche perché le illustrazioni e le musiche sono stupende.
Dicembre
Nel corso dell’ultimo mese dell’anno mi sono limitato a portare avanti The House in Fata Morgana.