Il mio 2022 videoludico

Mi sto rendendo sempre più conto che non sono una persona capace di concentrarsi su un singolo hobby: passo da uno all’altro come una pallina da ping-pong impazzita, incapace di restare fermo troppo a lungo. Videogiochi, anime, libri e serie tv fanno tutti parte della mia vita in egual misura e lottano per aggiudicarsi qualche ora del mio tempo libero, che non è mai abbastanza per tutto quello che vorrei fare. Pertanto, a differenza di chi ha la capacità di dedicarsi a un singolo hobby, tendo ad arrivare al termine dell’anno con un numero minore di opere di un certo tipo portate a termine. Non leggerò mai tanti libri come chi sfida i propri limiti su Goodreads e giocherò sempre a meno titoli dei platinatori seriali. Ma onestamente sono più interessato alla qualità che alla quantità e post come quello che mi appresto a scrivere rappresentano un’opportunità fantastica per riflettere su tutto quello che mi hanno lasciato i videogiochi che ho affrontato nel corso degli ultimi dodici mesi.
Prima di iniziare, vi lascio dei link per leggere “le ultime edizioni” di questa rubrica: QUI trovare l’articolo dedicato al 2020 e QUA quello incentrato sul 2021 (QUO non c’è). Buona lettura!

Gennaio

Nei primi giorni dell’anno ho iniziato Detective Kobayashi, una visual novel in salsa Ace Attorney che avevo adocchiato su Steam e che il buon Gabriele mi aveva regalato per il mio compleanno. A parte un po’ di fastidio dovuto al doppiaggio cinese, che non credo sia stato affidato a dei doppiatori professionisti, il gioco si è rivelato piacevole e i misteri presenti nei primi due casi sono stati abbastanza interessanti da spingermi ad andare avanti. Purtroppo il mio interesse è scemato del tutto una volta arrivato al terzo caso, troppo diverso dagli altri e pieno di enigmi più fastidiosi che stimolanti. Credo che prima o poi proverò a riprenderlo in mano, perché comunque la trama mi aveva incuriosito.

Screenshot dal gioco dal Detective Kobayashi

Detective Kobayashi

Chi si ricorda del mio amore per Nier: Automata non si stupirà troppo leggendo che anche Nier Replicant mi è piaciuto tantissimo. La versione aggiornata del gioco uscito su PS3 e Xbox 360 nel 2010 mi ha permesso di scoprire un’esperienza che tanti anni fa mi ero perso, forse influenzato dai tanti pareri negativi della stampa specializzata.
Pur non essendo un gioco perfetto, Replicant ha tantissimo da offrire, soprattutto per quanto riguarda la trama, i personaggi e l’originalità delle situazioni proposte. L’avventura di Nier, Kainè ed Emil è piena di momenti emozionanti, legati soprattutto al loro tragico passato e alla natura del mondo in cui si ritrovano a vivere, nel quale quasi nulla è quello che sembra. I misteri abbondano e le risposte arrivano un po’ con il contagocce, tanto che per capire alcuni aspetti della vicenda è necessario documentarsi tramite fonti alternative, come le novel uscite in Giappone nel corso degli anni. Non sono un grande fan di questa scelta, perché credo che un fruitore abbia il diritto di comprendere appieno un’opera senza dover recuperare dei frammenti perduti della storia tramite altri media, che magari non gli interessano nemmeno. I prodotti derivanti da un videogioco dovrebbero limitarsi a espandere quanto narrato e non diventare lo strumento tramite il quale colmare rendere completa una trama che fino a quel momento non lo era.
Chiusa questa parentesi, mi sembra giusto sottolineare che ho comunque gradito la narrazione presente nel gioco, pur nella sua incompletezza. Alcune storyline beneficiano di questa ambiguità, acquisendo un fascino che le rende interessanti dall’inizio alla fine. Credo però che in questa versione definitiva del gioco si sarebbero dovuti fare degli sforzi maggiori per trasformare i racconti extra in porzioni di gioco vere e proprie, come avvenuto per la storia ispirata a “La sirenetta” (non dico altro per non fare spoiler).

Screenshot dal gioco Nier Replicant

Nier Replicant

Dal punto di vista del sistema di combattimento, il team di sviluppo ha fatto un buon lavoro per renderlo meno legnoso rispetto a quello del gioco originale. Non si raggiungono le vette di eccellenza di Automata, ma si riesce comunque a divertirsi, soprattutto durante gli scontri più tosti. Le abilità “magiche” che si possono utilizzare aiutano a vivacizzare gli scontri, così come la vasta gamma di armi che si ha disposizione da metà gioco in poi.
Rivedibile la gestione delle missioni secondarie, che risulta datata e impedisce di riconoscere a primo impatto quelle diverse e interessanti dalle fetch quest più classiche. Ne ho fatte un discreto numero, ma a un certo punto mi sono stufato e ne ho lasciate parecchie altre in sospeso.
Ottima, invece, la colonna sonora, sempre evocativa e capace di enfatizzare al meglio ogni avvenimento. Pure il doppiaggio dei personaggi è di altissimo livello. In particolare, ho amato gli attori che hanno prestato la propria voce a Kainé e Grimoire Weiss.
Avrei ancora tanto da dire da questo gioco meraviglioso nella sua imperfezione, ma l’articolo finirebbe per diventare chilometrico. Se volete approfondire l’argomento, vi lascio all’ottima serie di video di SebH.

Febbraio

Dopo aver visto tutti i finali di Nier Replicant (e rinunciato all’idea di platinarlo a causa dell’enorme mole di grinding richiesta), a febbraio ho giocato a Leggende Pokémon: Arceus, il primo approccio all’open map della serie dedicata ai mostriciattoli tascabili. Mi è piaciuto abbastanza, però non è riuscito a conquistarmi come altri titoli della serie e l’ho abbandonato dopo una trentina di ore. La freschezza portata dalle nuove meccaniche di gameplay si è esaurita dopo le prime fasi di gioco e tutto il resto mi è sembrato noioso e ripetitivo. Carina l’idea di rendere possibile incontrare i Pokémon nel loro habitat naturale, però le loro interazioni con l’ambiente che li circonda sono minime e molti di loro sembrano esistere solo per essere catturati. Per il futuro, spero di vederli comportarsi in modo più simile a quanto avviene nei Pokémon Snap, dove ogni mostriciattolo tascabile risulta davvero unico e interessante da osservare (e onestamente mi aspettavo che l’addio al Pokédex nazionale avrebbe portato proprio a qualcosa del genere).
Sul fronte del gameplay, ho adorato la gestione delle statistiche, che ha reso la differenza di livello tra un Pokémon e l’altro un fattore meno cruciale per l’esito di una battaglia e incrementato un pochino la difficoltà degli scontri. Ottimi anche tutti gli altri ritocchi, dalle modifiche a status alterati come congelamento e sonno alla possibilità di rendere gli attacchi più potenti o veloci.
Molto scadente, invece, la resa grafica. Pur non arrivando ai livelli disastrosi di Scarlatto e Violetto (che per ora ho solo visto e non toccato con mano), il gioco ha comunque varie magagne tecniche che rendono l’esperienza meno bella di quel che avrebbe potuto essere. Davvero un peccato, perché l’art style scelto non è niente male.

Screenshot dal gioco Leggende Pokémon: Arceus

Leggende Pokémon: Arceus

Marzo

All’inizio del mese ho scoperto Lenna’s Inception, un indie molto carino che riprende lo stile dei vecchi Zelda e lo unisce a delle meccaniche di gioco originali, una colonna sonora che non esce dalla testa per giorni e una trama parecchio sopra le righe. All’inizio di ogni nuova partita, la mappa di gioco viene generata in modo procedurale, rendendo ogni run diversa dalla precedente per quanto riguarda gli oggetti trovati, i boss affrontati e altro ancora. Io mi sono bloccato al boss finale di una partita affrontata in modo normale, ma so che è possibile sbloccare dei percorsi alternativi compiendo certe azioni e affrontare dei nemici completamente diversi. Mi sarebbe piaciuto farlo, ma verso la fine di marzo mi sono deciso a comprare… Elden Ring.

Screenshot dal gioco Lenna's Inception

Lenna’s Inception

Prima di acquistare l’open world di From Software ci ho pensato a lungo, memore del rapporto d’amore e odio che avevo avuto con Bloodborne. Il primo approccio con Elden Ring ha però spazzato via ogni dubbio: mi sono innamorato subito della libertà di esplorazione e della possibilità di scegliere, entro certi limiti, il proprio percorso. Il primo boss “canonico” è troppo difficile? Nulla vieta di andare dall’altra parte della mappa per affrontare dei nemici meno complessi e ottenere rune con cui migliorare le proprie statistiche e armi migliori. Pur non eliminando del tutto i picchi di difficoltà (comunque presenti) questo approccio al mondo di gioco offre maggiori possibilità e rende pressoché impossibile restare bloccati nella stessa zona perché non si riesce a battere un boss.
Un altro enorme punto a favore del gioco è la direzione artistica. Anche se la resa grafica non è all’ultimo grido, ogni singolo scenario è talmente bello da sembrare un quadro, grazie soprattutto a un uso sapiente dei colori e al posizionamento impeccabile degli elementi a schermo. Imbattendosi per la prima volta nell’accademia di Raya Lucaria o in quel simpatico inferno chiamato Caelid è normalissimo avere voglia di restare fermi qualche minuto a non fare altro che guardarsi attorno. Per non parlare delle zone sotterranee, magnifiche sotto ogni punto di vista. La colonna sonora non è da meno, soprattutto per quanto riguarda i brani presenti durante gli scontri con i boss.
La trama, come da tradizione dei Soulslike è alquanto criptica, ma con il passare del tempo si riescono a unire i puntini e a capire quantomeno i legami tra i personaggi principali e parte della storia dell’Interregno. Tutto il resto si può tranquillamente approfondire su Internet, dove basta una breve ricerca per imbattersi in tante analisi ben fatte della lore del gioco.

Screenshot dal gioco Elden Ring

Elden Ring

Nonostante alcuni momenti di frustrazione, Elden Ring mi è piaciuto talmente tanto da spingermi a giocarci per mesi e a sbloccare ogni singolo trofeo (di solito non lo faccio).

Aprile – Maggio

Nel corso di questi mesi ho giocato solo a Elden Ring

Giugno

Al termine della mia lunga avventura con Elden Ring, ho approfittato del PlayStation Plus per provare a giocare alla versione del 2018 di God of War. Mi sono trovato di fronte a un gioco senz’altro ben fatto, ma che non è riuscito a conquistarmi. Nel combat system c’era qualcosa che non mi convinceva (forse preferivo quello più frenetico dei vecchi capitoli), trovavo Atreus insopportabile e neppure l’esplorazione mi ispirava granché. Ho tenuto duro per qualche ora, ma poi l’ho lasciato perdere senza troppi rimpianti. Avrei voluto apprezzarlo come tanti altri, ma non è scoccata la scintilla.

Screenshot dal gioco God of War (2018)

God of War

Luglio

A luglio ci sono stati due giochi che hanno lottato per accaparrarsi il mio tempo: Final Fantasy VIII Remastered e Stray.
Partendo dal jrpg, mi sembra giusto dire che in passato non avevo mai avuto modo di giocarlo per bene (al massimo da bambino avevo visto un mio amico giocarci per un po’) e che non sapevo bene cosa aspettarmi, eccezion fatta per la personalità di Squall (me l’avevano sempre descritto come “emo”) e il sistema di combattimento basato sulle junction. Quest’ultimo, a mio parere, rispecchia appeno tutto il resto del gioco: è rotto, spesso insensato, eppure riesce a divertire.
La trama è a dir poco caotica e salta spesso e volentieri di palo in frasca, ma di certo non annoia. Vale lo stesso per l’evoluzione dei personaggi e per il worldbuilding. L’unico elemento davvero impeccabile è la colonna sonora, ricca di brani che non mi stufo mai di ascoltare.

Screenshot dal gioco Final Fantasy VIII Remastered

Final Fanasy VIII Remastered

Stray, che mi aveva incuriosito sin dal primo trailer, si è rivelato un gioco originale e divertente, capace di raccontare una storia degna di nota in modo inusuale. Poter controllare un gatto è ancora più divertente d quel che mi sarei aspettato e si nota tantissimo che chi ha sviluppato il gioco ha un piccolo felino che gira per casa. Il gameplay, basato soprattutto sull’agilità del randagio e sulla sua capacità di infilarsi ovunque, è alquanto divertente e nel corso dell’avventura si arricchisce di alcuni elementi che lo rendono un po’ più sfaccettato. Spero di vedere un giorno un sequel o uno spin off, perché credo che l’ambientazione di Stray abbia ancora qualcosa da dire.

Screenshot dal gioco Stray

Stray

Agosto

Ad agosto non ho fatto altro che andare avanti in Final Fantasy VIII Remastered. Sono arrivato nella parte conclusiva del gioco, ma non ho mai sconfitto il boss finale. Prima o poi conto di farlo, però non è una priorità.

Settembre

Settembre è stato un mese molto difficile. Mia nonna è morta al termine di un declino durato quasi un anno e ho sentito più forte che mai il bisogno di rifugiarmi nei videogiochi per avere qualche ora di tregua dalla realtà. I due titoli che ho scelto per farlo sono stati Ghost of Tsushima e Nine Hours, Nine Persons, Nine Doors. Parto dal secondo, perché è quello che associo di più alle ore successive al funerale. Sono un appassionato della serie Zero Escape e su 3DS avevo giocato sia a Virtue’s Last Reward che a Zero Time Dilemma, ma non avevo mai avuto l’occasione di approcciarmi al primo capitolo. La raccolta “The Nonary Games”, che avevo preso in sconto su Steam nel 2021 (se non addirittura nel 2020), mi ha permesso di colmare questa lacuna.
Il gioco mi è piaciuto tantissimo, molto più di Zero Time Dilemma, ed è riuscito a sorprendermi nonostante fossi già a conoscenza di alcuni plot twist. Ho amato tutta la parte incentrata sulla parapsicologia (che pure in VLR mi aveva regalato grandi soddisfazione) e credo che mi abbia pure fornito alcuni spunti interessanti per una storia che ho in mente. Ottimi anche i personaggi (quasi tutti, perlomeno) e molti degli enigmi. Dal punto di vista stilistico penso che sia il mio preferito della trilogia, forse perché ho sempre preferito gli sprite ai modelli 3D (in parte vale pure per Ace Attorney, ma amo quelli dei due TGAA).

Screenshot dal gioco Nine Persons, Nine Doors

Nine Persons, Nine Doors

Ghost of Tsushima è stato uno dei giochi che mi ha accompagnato per più tempo nel corso del 2022. L’ho iniziato a settembre e l’ho finito pochi giorni fa, prendendomi un discreto numero di pause (tra cui una bella lunga a novembre, quando sono stato impegnato con il Nanowrimo). Avevo aspettato a prenderlo perché dai trailer la fusione tra i “combattimenti cinematografici” e l’open world non mi aveva convinto più di tanto. In realtà di battaglie fatte in quel modo non ce ne sono tantissime (tra l’altro sono ben realizzate) e il mondo di gioco è meraviglioso, sia dal punto di vista estetico (amo la natura incontaminata) sia per quanto riguarda la navigazione della mappa. È vero che ci sono tante sottoquest e distrazioni varie, ma è sempre molto chiaro dove bisogna andare e il viaggio rapido semplifica parecchio la vita, soprattutto quando le aree iniziano a diventare piuttosto distanti l’una dall’altra.
La trama principale mi ha preso parecchio e anche molte missioni secondarie mi sono sembrate ben fatte (le storie dei compagni di Jin mi hanno ricordato le loyalty missions di Mass Effect 2). La crescita del protagonista è appagante ed è bello testare in battaglia tutte le abilità che si sbloccano poco per volta.

Screenshot dal gioco Ghost of Tsushima

Ghost of Tsushima

Nel corso di settembre ho iniziato anche Hollow Knight, ma dopo una prima sessione molto soddisfacente non sono più riuscito a organizzarmi per portarlo avanti. L’intenzione di farlo nel corso del 2023 c’è tutta.

Screenshot dal gioco Hollow Knight

Hollow Knight

Ottobre

Dopo aver finito 999, iniziare una partita a Virtue’s Last Reward ad anni di distanza dalla prima mi è sembrato più che naturale. Non l’ho portato a termine (non escludo di farlo quest’anno), però mi sono rinfrescato la memoria su personaggi e situazioni.

Screenshot dal gioco Virtue's Last Reward

Virtue’s Last Reward

Con Scorn (di cui ho parlato il modo approfondito in QUESTO articolo) ho avuto un rapporto abbastanza conflittuale. Da un lato ho amato le atmosfere e gli scenari ispirati alle opere di Hans Ruedi Giger, ma dall’altro ho trovato alquanto frustrante la gestione dei combattimenti (che andrebbero evitati, ma in alcuni punti l’ho trovato impossibile) e la difficoltà a orientarsi in buona parte degli scenari. Interessante la scelta di una narrazione incentrata al 100% sullo show don’t tell, però ammetto che non sarebbe stato male arrivare al termine dell’avventura con qualche certezza in più su quanto avvenuto.

Screenshot dal gioco Scorn

Scorn

Un gioco che ho amato dall’inizio alla fine, invece, è stato Coffee Talk, un indie carinissimo che miscela (eheh) delle brevi sezioni in cui bisogna preparare caffè e bevande varie ad altre più corpose dedicate alla lettura dei dialoghi dei personaggi, sempre divertenti e capaci di raccontare qualcosa in più sul mondo in cui è ambientato il gioco (piuttosto simile al nostro, ma popolato anche da razze tipiche del fantasy come elfi e vampiri). La natura slice of life dell’esperienza è deliziosa e aiuta tantissimo ad affezionarsi ai personaggi e a impegnarsi affinché le loro storyline finiscano bene (ci sono dei momenti in cui preparare l’ordine giusto può fare dei miracoli!).

Screenshot dal gioco Coffee Talk

Coffee Talk

Novembre

A novembre non ho avuto tanto tempo per giocare, però ricordo con affetto le brevi partite notturne a Tell Me Why, titolo che per un certo periodo è diventato è diventato il mio antistress post scrittura matta e disperata da Nanowrimo. Non mi aspettavo granché, anche a causa di alcune recensioni che avevo letto, e invece mi ha intrattenuto bene e la trama non mi è dispiaciuta. Forse mi sarei aspettato un po’ più dall’ultimo capitolo e la scelta finale mi ha fatto storcere il naso, ma nel complesso ho trovato la narrazione funzionale alla storia raccontata. Bellissima l’idea di celare parti della vita della madre di Tyler e Alyson dietro a delle fiabe per bambini. Mi sono divertito un sacco ad associare ogni personaggio alle creature della foresta e ricostruire la vicenda dall’inizio alla fine.

Screenshot dal gioco Tell Me Why

Tell Me Why

A fine mese ho preso Bayonetta 3, ma non ci ho giocato moltissimo.

Dicembre

A dicembre ho ripreso a giocare a Ghost of Tsushima, abbandonato nel periodo del Nanowrimo, e ho portato un po’ avanti Bayonetta 3. Su quest’ultimo temo sia ancora presto per esprimermi, perché ho fatto solo qualche missione. Però posso già dire che ho molta meno voglia di giocarci rispetto ai primi due (finiti entrambi in pochissimi giorni), quindi a livello di gameplay potrebbe esserci qualcosa che non è nelle mie corde.

Screenshot dal gioco Bayonetta 3

Bayonetta 3

Autore: Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro e sono l'autore del romanzo urban fantasy "I Guardiani dei Parchi". Nella vita faccio il giornalista, ma qui su Wordpress gestisco il blog "Pillole di Folklore e Scrittura", dove parlo di libri, mitologia, credenze popolari e, in generale, di tutto ciò che mi appassiona.

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