Ci sono anime che ti prendono per mano dal primo episodio.
E poi c’è Dandadan, che invece sembra dirti:
“Se non mi capisci subito, problema tuo”.
Io, infatti, non l’avevo capito.
La prima volta avevo mollato senza troppi rimpianti.
L’impatto iniziale: fascinazione e rigetto
I primi episodi di Dandadan sono strani. Non strani nel senso “originali”, ma strani nel senso “ma perché?”.
Ti intrigano subito con un’idea potenzialmente potentissima: alieni e fantasmi esistono entrambi, e convivono nello stesso mondo narrativo senza che uno smentisca l’altro. È una premessa che promette caos controllato, collisione di immaginari, possibilità infinite.
Il problema è che il controllo, all’inizio, non si vede.
Il famoso rapimento alieno con annessa scena di quasi assalto sessuale arriva troppo presto e senza filtro emotivo. Su una minorenne. Al primo episodio.
Io allibito.
Non è tanto una questione di “sensibilità” o di politicamente corretto: è che narrativamente non sai ancora che tipo di storia stai guardando, quindi quella scena non ti provoca inquietudine “buona”, ma solo spaesamento. Per essere gentili.
Subito dopo, l’anime sembra virare verso un binario molto più convenzionale: combattimenti esagerati, spiriti giganti, poteri che emergono all’improvviso. La protagonista (Momo Ayase) incassa colpi che dovrebbero spezzarla in due, ma non succede nulla. Nessuna conseguenza, nessuna ferita reale, nessun costo visibile.
A quel punto è facile pensare:
ok, bella estetica, ma è solo un’altra shonenata iperattiva che si crede più strana di quello che è.
Ed è qui che io avevo mollato.
Il ritorno: quando la serie finalmente respira
Rivedendolo quest’anno, con più pazienza (e forse con meno aspettative), ho scoperto una cosa fondamentale:
Dandadan non è costruito per funzionare subito.
Una volta superata la soglia iniziale, la serie cambia passo. Non diventa improvvisamente “diversa”, ma si chiarisce. Inizia a spiegare le sue regole, soprattutto quelle emotive.
Il cuore dell’anime diventa finalmente evidente: il rapporto tra Okarun e Momo Ayase.
Ed è qui che Dandadan vince.
Scrittura dei personaggi: il vero punto di forza
Okarun e Momo funzionano perché sono scritti come persone, non come ruoli.
Non sono “il timido” e “la ragazza forte” messi lì per incastrarsi in una dinamica prefabbricata. Il loro rapporto cresce in modo disordinato, fatto di imbarazzo, di fraintendimenti, di momenti in cui nessuno dei due sa bene cosa fare.
E non sono solo il timido e la ragazza forte: Okarun è più tosto di quanto sembri e Momo è più dolce di quanto sembri.
È una scrittura che punta molto sui non detti, sulle pause, sugli sguardi più che sui dialoghi esplicativi. Ed è sorprendente trovarla in un anime che, sulla carta, sembra basarsi solo su caos visivo e urla.
Quando inizi a credere davvero a loro due, tutto il resto acquista peso.
I combattimenti non sono più solo esercizi di stile: diventano prove, occasioni in cui i personaggi rischiano qualcosa a livello emotivo, non solo fisico.
Personaggio preferito: Momo Ayase senza dubbi.
Fantasmi, alieni e regole del mondo
Un altro aspetto che migliora molto andando avanti è l’uso del soprannaturale.
All’inizio sembra tutto buttato lì: yokai, spiriti, UFO, creature assurde. Poi, piano piano, la serie inizia a spendere meglio queste presenze.
I fantasmi diventano davvero inquietanti, non solo “mostri da menare”. Gli alieni smettono di essere gag visive e assumono una dimensione disturbante, quasi fredda.
Soprattutto, iniziano a essere chiariti i rapporti di potenza:
- chi può resistere a cosa
- perché certi colpi fanno più male di altri
- cosa significa “vincere” uno scontro
Non è un sistema rigidissimo, ma è abbastanza coerente da farti sentire che le botte contano, almeno in termini di tensione.
Scuola, quotidiano e crescita
Le parti scolastiche, sorprendentemente, funzionano.
Non sono solo intermezzi: servono a mostrare i personaggi fuori dal contesto dell’azione, dove emergono crepe, fragilità, lati meno caricaturali.
Alcuni personaggi secondari, che inizialmente sembrano solo fastidiosi, trovano momenti di profondità inattesa. Altri restano irritanti, è vero, ma almeno diventano coerentemente irritanti.
Stile, suono e regia: Dandadan osa
Dal punto di vista formale, Dandadan è uno degli anime più riconoscibili dell’anno.
Le inquadrature sono spesso sbilenche, aggressive, volutamente scomode.
Gli effetti sonori non cercano di essere “belli”, ma disturbanti.
Il ritmo alterna frenesia e improvvisi vuoti, come se la serie volesse costantemente destabilizzarti.
È un anime che non ha paura di sembrare troppo. E questo, nel bene e nel male, è un pregio.
Il picco narrativo: il serpente sotto casa di Jiji
Se dovessi indicare un punto preciso in cui Dandadan dimostra tutto il suo potenziale, direi senza dubbio l’arco del serpente mostruoso sotto casa di Jiji.
Qui la serie mette insieme:
- gestione dello spazio
- tensione claustrofobica
- dinamiche di gruppo
- crescita dei personaggi
È un arco che funziona perché non punta solo sull’escalation, ma su come i personaggi reagiscono tra loro sotto pressione. Ed è probabilmente il momento in cui Dandadan smette definitivamente di sembrare solo “strano” e diventa interessante.
I difetti restano (e vanno detti)
Detto questo, i problemi non spariscono.
- L’inizio resta respingente e mal calibrato
- Alcuni combattimenti sono inutilmente confusi e rumorosi
- Certi personaggi secondari mettono a dura prova la pazienza (Jiji)
- Non tutte le provocazioni sono davvero necessarie
- E Momo, una minorenne (sì lo ribadisco) viene sessualizzata un po’ troppo
Dandadan chiede molto allo spettatore, e non sempre ricambia subito.
Conclusione: un anime che cresce insieme a te
Alla fine, Dandadan è un anime che migliora man mano che lo capisci, ma soprattutto man mano che lui decide di spiegarsi.
Parte come un pugno allo stomaco un po’ scoordinato, e finisce per essere una serie sorprendentemente sensibile nella scrittura dei rapporti umani.
Non è un anime per tutti.
Ma è uno di quelli che, una volta superata la diffidenza iniziale, ti resta addosso.
E forse, col senno di poi, era proprio quello il suo intento.



