Scrivere a più mani è una di quelle esperienze che tutti consigliano con entusiasmo… salvo poi evitarle come la peste (parlo per esperienza diretta).
Perché non è solo una questione di stile: è una questione di controllo, di fiducia e, spesso, di ego.
Renascent – L’eco della morte nasce proprio lì, in quello spazio delicato in cui due voci devono convivere senza annullarsi.
Il romanzo è costruito a capitoli alternati: io sviluppo gli eventi dal punto di vista della detective Eva Halloway, mentre il caro Alessandro Bolzani egue il POV di Victor Fullard, protagonista dotato di un potere tanto semplice quanto disturbante: può far risorgere i morti.
Il tema centrale è, inevitabilmente, la morte.
Ma quello che ci interessava davvero era il dopo.
Due personaggi, due tensioni opposte
Victor ed Eva non sono solo due punti di vista narrativi: sono due idee di mondo che collidono.
Victor è riflessivo, cupo, spesso paralizzato dal peso delle proprie capacità. La resurrezione, per lui, non è un dono, ma una responsabilità ingestibile. Ogni ritorno alla vita è un errore che, poco alla volta, a ogni scoperta, si accumula.
Eva, al contrario, è una detective estremamente acuta, deduttiva, arrivista. In passato voleva essere un’influencer; appena entrata in polizia cercava visibilità, riconoscimento, notorietà. Non l’ha mai davvero ottenuta.
E questo la rode.
Usa il proprio fascino come strumento investigativo, legge le persone con lucidità quasi chirurgica, e ha una fame di affermazione che non prova nemmeno a nascondere. Eva non teme il giudizio morale: teme solo l’irrilevanza.
Il risultato è che ogni capitolo porta con sé una voce distinta, riconoscibile.
Victor pensa troppo.
Eva agisce troppo.
Ed è proprio in questo squilibrio che la storia prende forza.
Da Death Note a qualcos’altro
L’inizio di Renascent può ricordare Death Note: un potere sovrannaturale, un protagonista che ne percepisce subito il potenziale, una figura investigativa che entra in gioco.
Ma la direzione cambia rapidamente.
Non ci interessava raccontare una sfida intellettuale “genio contro genio”.
Ci interessava capire cosa succede quando il potere non rende onnipotenti, ma svuota di senso ciò che si è stati prima.
La resurrezione, nel nostro romanzo, non risolve.
Contamina.
E ogni capitolo aggiunge una crepa, non una soluzione.
Il vero valore della scrittura a più mani
Scrivere con Alessandro è stato, sinceramente, un piacere raro.
Non solo perché ci siamo confrontati costantemente su plot twist, svolte di trama e archi dei personaggi, ma perché ogni capitolo diventava un dialogo.
A ogni capitolo completato, l’altro leggeva.
Questo permetteva di intercettare buchi di trama, incongruenze, dettagli che da soli non avremmo notato subito. Una frase messa lì “per atmosfera” poteva diventare un problema logico due capitoli dopo. E veniva corretta.
La cosa più importante, però, è stata la sintonia di visione.
Entrambi diamo peso sia ai personaggi sia alla trama. Nessuno dei due voleva sacrificare l’una per l’altra.
Lo dico perché non è scontato: in passato, come accennavo prima, su progetti del Lonnieverse, mi è capitato di co-scrivere con una persona che voleva spingere tutto verso lo slice-of-life, mentre io cercavo tensione, struttura, conseguenze (più qui). Qui non è successo.
Ci sono stati, certo, piccoli scostamenti.
Alessandro tende a essere molto preciso, molto esplicativo; io lavoro più per sottrazione, per non detto, per ambiguità (ergo: io frasi secche, spiegazioni minimal; Alessandro spiegazioni capienti).
Ma non è mai stato un conflitto: è diventato un bilanciamento (che in effetti anche mia moglie prevedeva, tra noi due).
Quando le voci restano separate (ed è un bene)
Una delle scelte migliori è stata non cercare mai di “uniformare” lo stile.
Victor non parla come Eva.
Non pensa come Eva.
E soprattutto: non vede il mondo come Eva.
Forzare una voce comune avrebbe impoverito entrambi.
Lasciarle convivere, invece, ha reso il romanzo più stratificato, più instabile — nel senso buono del termine.
Renascent è un libro che parla di morte e resurrezione, sì.
Ma soprattutto parla di identità: di cosa resta quando ciò che ti definiva viene rimesso in discussione.
Scriverlo a quattro mani è stato coerente con il tema stesso del romanzo.
Due coscienze.
Due prospettive.
Nessuna risposta definitiva.
Ed è probabilmente per questo che, una volta finito un capitolo, non vedevamo l’ora di leggere quello dell’altro.
Confermo le parole di Gabriele e aggiungo che in futuro pure io scriverò un articolo su questa esperienza (per me è stata la prima volta in assoluto con la scrittura a quattro mani!). Così, proprio come in Renascent, potrete vedere due POV differenti all’opera ahahaah
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