Versi in fuga – “Chiusi in una Scatola” ft. Nancy Savino

Benvenuti su Pillole di Folklore e Scrittura, lo spazio dove parole, emozioni e visioni si intrecciano. Oggi ci immergiamo nella potenza evocativa della poesia con Nancy Savino, autrice della raccolta Chiusi in una Scatola – sesto volume della serie I Capolavori in versi. Un’opera che raccoglie riflessioni profonde su amore, libertà, desiderio e connessione emotiva, scritte con lo sguardo delicato di un’osservatrice appassionata.

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Come resuscitare un personaggio dopo averlo distrutto – il caso di Shadow the Hedgehog

C’è una forma d’arte sottovalutata nell’universo narrativo: la resurrezione dignitosa. No, non stiamo parlando di zombie, reboot confusi o di quel momento in cui un personaggio torna dal nulla con più muscoli e meno cervello. Parliamo di far rinascere un personaggio a livello narrativo, riportandolo alla gloria dopo anni di scrittura pigra e svilente. E se c’è un personaggio che incarna perfettamente questo viaggio tra gloria, oblio e redenzione, è Shadow the Hedgehog (che, non smetterò mai di dirlo, è il mio personaggio preferito in qualsiasi media narrativo, quindi questo articolo è a lui dedicato con il cuore).

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Come scrivere un personaggio tragico senza sembrare inutilmente drammatici – il caso di Aki Izayoi

Parliamoci chiaro: creare un personaggio tragico che funzioni davvero è più difficile che far piangere un sasso. Oggi chiamiamo “tragico” chiunque abbia avuto un’infanzia meh e ora guarda nel vuoto mentre piove. Ma la tragedia non è tristezza gratuita o piagnistei. È un percorso, un declino, una discesa lenta e comprensibile verso l’abisso. E chi meglio di Aki Izayoi di Yu-Gi-Oh! 5D’s per dimostrarcelo?

Sì, quella con le rose e i poteri da “ho pensato troppo forte e ora ho distrutto la scuola”. Esatto. Proprio lei.

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Turnabout Succession di Apollo Justice – Uno studio dei finali insoddisfacenti e come evitarli

C’è qualcosa di peggio di un gioco brutto? Sì: un gioco che parte bene, promette il mondo e poi si spegne come una candela in un acquazzone. Benvenuti nel mondo di Apollo Justice: Ace Attorney, capitolo che avrebbe dovuto inaugurare una nuova era, ma che finisce per perdersi come un testimone chiave nel buio di un’interrogazione mal gestita.

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Sogni su rotelle: passione e grazia in movimento ft. Elisa Strappini

Ben ritrovati su Pillole di Folklore e Scrittura, lo spazio dove le storie prendono forma tra parole e passioni autentiche. Oggi vi portiamo in un mondo di eleganza: il pattinaggio artistico.
Lo facciamo in compagnia di Elisa Strappini, atleta, artista e voce appassionata di questa disciplina che fonde tecnica e poesia. Pronti a scoprire cosa si nasconde dietro ogni piroetta e ogni passo incantato?

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Da casalinga a sadica: come flanderizzare un personaggio fino a distruggerlo – Il caso di Lois Griffin

C’è un’arte sottile nel costruire un personaggio complesso. E poi c’è Family Guy, che ha deciso di prendere un personaggio come Lois Griffin e buttarla in un frullatore narrativo, premendo il tasto “MAXIMUM STEREOTYPE” senza pensarci due volte.

Lois Griffin è l’esempio perfetto di come un personaggio inizialmente normale – anzi, vagamente interessante nel suo ruolo di madre amorevole e moralmente solida, in contrapposizione con Peter – possa diventare una caricatura grottesca di se stesso. E non stiamo parlando di evoluzione del personaggio. No, qui parliamo di flanderizzazione pura.

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Dietro la cravatta, il vuoto: non sfruttare appieno il potenziale dei villain – il caso di Kristoph Gavin

C’è una categoria di villain nei videogiochi che lascia un’impronta indelebile: quelli affascinanti, freddi, intelligenti e completamente fuori di testa. Kristoph Gavin dovrebbe appartenere a questa categoria. E in parte, lo fa. È un villain che adoro già di base. Ma Ace Attorney gli mette i bastoni tra le ruote. Letteralmente, nel primo caso.

Kristoph è un personaggio pieno di potenziale narrativo: elegante, manipolatore, geniale, con una maschera perfetta e un abisso sotto. È il burattinaio dietro eventi cruciali della saga, eppure finisce trattato come un boss di metà livello, buttato fuori scena prima ancora che possiamo davvero affezionarci — o meglio, odiare nel modo giusto. Il problema? Un cattivo così va coltivato, non scaricato subito come la brutta copia di von Karma.

Ha un potenziale immenso, ma non è stato sfruttato a dovere. Vediamo perché.

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Il fantasma nella macchina narrativa – Il caso di W. D. Gaster

Nel mondo della narrativa, esistono personaggi che entrano in scena con fanfare, luci, effetti speciali e monologhi infiniti. E poi ci sono loro: i fantasmi. Non nel senso paranormale, ma nel senso più subdolo, inquietante e affascinante possibile. Parliamo di quei personaggi che non appaiono mai, di cui si parla appena sussurrando, e che proprio per questo finiscono per diventare le figure più iconiche dell’intera opera.

Un esempio perfetto? W. D. Gaster, direttamente da Undertale, il capolavoro indie che ha riscritto le regole dei giochi di ruolo con un motore grafico fermo al 1994 e una scrittura più tagliente di un coltello da cucina giapponese.

Gaster non compare mai — o meglio, compare solo in condizioni estremamente rare, tramite glitch, NPC dimenticati in angoli remoti o stanze che sembrano costruite apposta per farti domandare se hai davvero visto quello che hai visto. Eppure, è ovunque. È nel codice, è nella lore, è nelle teorie. È Schrödinger in pixel art.

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I Spit on Your Grave (2010) – Recensione

Ci sono film che si guardano con il cuore in gola, altri che si sopportano per il gusto del brivido. I Spit on Your Grave (remake del cult del 1978) appartiene a quella ristretta cerchia di titoli che ti lasciano lì, con lo stomaco sotto sopra e una domanda in testa: ma perché l’ho guardato? E poi, subito dopo: perché era così maledettamente efficace?

La pellicola è un pugno nello stomaco, senza preamboli e senza pietà. Jennifer, la protagonista, subisce una violenza sessuale lunga, brutale, disturbante. Nessun filtro, nessun tentativo di edulcorare. È tutto lì, crudo e reale, talmente realistico da risultare quasi insopportabile. E onestamente ho fatto veramente fatica a guardarlo. Ma è proprio questa onestà brutale a rendere il film, paradossalmente, “ben fatto”.

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Quando i videogiochi sapevano raccontare la verità: Abe, il lavoratore schiavo in un mondo capitalistico

Ricordate Abe? Sì, quel buffo alieno blu con la bocca cucita e il passo da impiegato del catasto dopo 12 ore di straordinario non pagato. Oddworld: Abe’s Oddysee (1997) era questo: un gioco platform dove il protagonista non doveva salvare la principessa o collezionare monete, ma scappare da una macelleria industriale dove lui e i suoi simili venivano letteralmente trasformati in snack.

Un concept così oggi farebbe tremare i reparti marketing: “Troppo cupo!”, “Non è family friendly!”, “Ma i bambini come lo prendono?”. Già, perché se c’è una cosa che i videogiochi moderni hanno smesso di fare, è trattare il giocatore come un adulto pensante.

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