Come scrivere un villain megalomane, irresistibile e inarrestabile: il caso del dottor Eggman

Nell’universo narrativo, poche figure risplendono con la stessa assurda, esagerata e affascinante brillantezza del villain egomaniaco. Tra questi, il Dottor Ivo “Eggman” Robotnik è uno degli esempi più lampanti e duraturi: genio del male, costruttore di robot dalla dubbia efficienza ma dallo stile inconfondibile, eterno rivale di Sonic the Hedgehog. Dietro la sua buffa silhouette e i suoi baffoni inconfondibili, si cela uno dei villain più emblematici della narrativa videoludica. Ma perché funziona così bene? E soprattutto: come si scrive un villain come lui?

In questo articolo cercheremo di rispondere a queste domande esplorando cosa rende il villain egomaniaco credibile, divertente e narrativamente potente. Concluderemo analizzando il caso esemplare del dottor Eggman, un personaggio che, nonostante mille sconfitte, riesce sempre a rientrare in scena, fedele alle sue folli convinzioni.

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Empatia e colpa: il thriller morale, il caso di Acro e Ini Miney

Nel mondo del thriller giudiziario, pochi elementi sono così affascinanti e narrativamente complessi come il colpevole simpatetico. Non basta che l’assassino sia “comprensibile”: dev’essere umano. Deve incarnare un conflitto morale che il pubblico può non solo comprendere, ma anche sentire. È questa la chiave che rende la serie Ace Attorney particolarmente memorabile: in molti dei suoi casi, l’enigma giudiziario si fonde con un ritratto tragico dell’animo umano.

Tra i tanti imputati ambigui che popolano la saga, due in particolare si prestano a un confronto illuminante: Ken Dingling, alias Acro, e Ini (Mimi) Miney. Apparentemente, Acro è il più “simpatico” dei due: ha perso tutto, ha subito un trauma devastante e vive con il peso del proprio errore, dopo aver tentato la vendetta. Ini, invece, appare fredda, manipolatrice, e arriva persino a incastrare un’innocente cara a Phoenix (Maya). Ma a un’analisi più profonda, la verità narrativa si ribalta.

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Sparire è facile. Avere rispetto, no – Una lettera aperta a chi ha deciso di andarsene in silenzio

Disclaimer: da tempo avevo in mente di scrivere un articolo su uno dei fenomeni più in voga dell’ultimo millennio, il bellissimo mondo del ghosting. Un fenomeno che ripudio con tutto il cuore. Anziché scrivere il classico articolo, spero apprezzerete l’idea di una lettera.


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Come i personaggi secondari contrapposti rafforzano la narrazione – Il caso di Rhoda Teneiro e Cammy Meele

Nel mondo della scrittura narrativa, uno degli strumenti più affascinanti e potenti è l’utilizzo di personaggi secondari contrapposti per arricchire la trama e riflettere le tematiche centrali. Un esempio brillante si trova in Ace Attorney Investigations, dove Rhoda Teneiro e Cammy Meele rappresentano due lati opposti della stessa medaglia: due assistenti di volo, apparentemente simili per ruolo, ma profondamente diverse nella loro caratterizzazione e funzione narrativa.

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Il potere narrativo di restare bloccati con il villain, il caso di Matt Engarde

In molte storie, il villain è un ostacolo da battere, un nemico da fermare, una presenza incombente, come un muro. Eppure, una tecnica narrativa particolarmente potente e interessante sovverte questa dinamica, costringendo il protagonista – e, di conseguenza, il pubblico – a convivere con il male, a essere intrappolato in una relazione involontaria con l’antagonista.

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“Perché lo fai?” – L’importanza della chiarezza nelle motivazioni dei personaggi

Nel grande circo della narrativa, i personaggi si muovono spinti da motivazioni che vanno dal cristallino al “ma che diamine ti passa per la testa?”. Alcuni vogliono vendetta, altri cercano l’amore, altri ancora vogliono solo un panino e un po’ di pace (e francamente, posso relazionarmi di più con quest’ultimi). Ma quando una motivazione funziona? Quando, invece, ci troviamo a sbuffare per il continuo tira e molla emotivo di un protagonista? Scendiamo in questo abisso narrativo con qualche esempio degno di nota.

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Quando il protagonista diventa il boss finale: un ribaltamento epico nella narrazione

Nei videogiochi, negli anime e nelle serie TV, le boss fight sono tra i momenti più intensi ed emozionanti, un momento che, se ben scritto, è superfigo e ti tiene incollato allo schermo con il fiato sospeso. Ma cosa succede quando il boss finale non è un nemico qualsiasi, ma proprio il protagonista che hai seguito e amato per tutta la storia? Questo colpo di scena cambia completamente le carte in tavola, creando una tensione incredibile e mettendo alla prova sia i personaggi che le emozioni di chi sta giocando o guardando.

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Spalle atipiche nella scrittura creativa: il caso di Jesse Pinkman

Nel mondo della scrittura creativa, le “spalle” sono spesso relegate a un ruolo secondario e prevedibile: supportano il protagonista, lo fanno risaltare, forniscono comic relief o sono semplicemente strumenti narrativi per far avanzare la trama. Ma cosa succede quando una spalla non segue queste regole? Quando non si limita a fare da supporto, ma evolve, si ribella e prende decisioni autonome che complicano la storia? Un esempio perfetto di spalla atipica è Jesse Pinkman di Breaking Bad.

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John Murphy di The 100: scrivere un personaggio perfettamente neutrale

Quando si parla di personaggi moralmente grigi nelle serie TV, pochi riescono a essere tanto affascinanti e complessi quanto John Murphy di The 100. Presentato inizialmente come un antagonista, Murphy si trasforma nel corso della serie in uno dei personaggi più imprevedibili e umani, sempre in bilico tra egoismo e altruismo, vendetta e redenzione. Non diventa mai un eroe nel senso tradizionale, né un cattivo assoluto. Rimane un sopravvissuto, costantemente in equilibrio tra luce e ombra.

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Supergirl: quando il femminismo rischia di diventare sovraesposto nella narrazione televisiva

Il femminismo, con il suo obiettivo di promuovere l’uguaglianza di genere, ha trovato un’importante voce nelle produzioni televisive moderne. Serie come Supergirl hanno abbracciato temi femministi, dando spazio a protagoniste forti e indipendenti. Tuttavia, trovare l’equilibrio tra l’empowerment femminile e l’evitare eccessi retorici è una sfida delicata. Alcuni spettatori hanno percepito in Supergirl una sovraesposizione del “girl power”, con battute che, seppur ben intenzionate, rischiano di appesantire la narrazione.

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