Correndo con i Beatles – Una riflessione sulla corsa, la musica e la scrittura

La famosissima copertina dell'album Abbey Road

[Riflessione risalente al 2018, quando il mondo era ancora libero dal coronavirus e i runner non venivano visti come degli untori]

Da un po’ di tempo corro al mattino ascoltando i Beatles.

Non lo dico per vantarmi. Sono un corridore nella media e non ambisco a vincere medaglie o a battere chissà quale record. Lo faccio solo perché mi piace. È faticoso, certo, ma è uno dei modi migliori che conosco per allontanare le preoccupazioni. Quando corro, non penso alla disoccupazione, ai miei fallimenti, al blocco dello scrittore e a tutti gli altri problemi che rendono addormentarsi l’impresa più difficile del mondo. Penso solo alla corsa, perlomeno per i primi dieci minuti. Poi, senza neanche rendermene conto, attivo il “pilota automatico” e il mio corpo inizia a fare tutto da solo. A quel punto la mia mente, libera dal faticoso compito di ponderare ogni movimento, inizia a vagare senza una meta precisa e ogni bizzarra associazione di idee diventa possibile.

A volte mi capita di immaginare un ipotetico incontro con una versione più giovane di me stesso. Penso ai consigli che mi darei, alle informazioni che terrei per me e a quelle che riterrei opportuno condividere. Soprattutto, penso a come reagirebbe il me stesso del passato vedendomi vestito da runner.

«Ma cosa sono quei vestiti? No, aspetta… Non dirmi che tra qualche anno inizierò a correre?!»

«Proprio così.»

«Non è possibile! Io detesto correre!»

«Lo so. Ma cambierai idea. Non subito, ovviamente. Prima dovrai maledire almeno altri cinque test di Cooper. La svolta arriverà quando non ci sarà più nessuno che ti obbligherà a farlo.»

«Mi sembra molto improbabile, ma se lo dici te immagino di doverci credere per forza. Certo che quei vestiti ti fanno sembrare un evidenziatore…»

È divertente ipotizzare un simile dialogo, ma se per qualche oscura ragione dovessi davvero incontrare il me stesso del passato non saprei proprio come comportarmi. Avrei troppa paura di cambiare il futuro dandomi il consiglio sbagliato. Basterebbe suggerire al me stesso tredicenne di scegliere una scuola superiore diversa per stravolgere tutto. Sono del parere che non valga la pena rischiare di perdere le cose belle che si sono ottenute durante il percorso solo per evitare alcuni dispiaceri.

Non capita spesso, ma ogni tanto durante la corsa mi vengono in mente delle idee per dei romanzi o dei racconti brevi. Trovo affascinante il modo in cui ogni volta sbucano dal nulla nella mia mente, come se avessero atteso proprio quel momento per uscire dal loro nascondiglio. Sono delle creature bizzarre le idee, sfuggenti come i gatti e belle come le volpi artiche. Puoi passare giorni interi a inseguirle senza riuscire mai a raggiungerle, ma, se ti reputano degno di attenzione, sono loro a venirti incontro mentre ti riposi all’ombra di un albero.

I primi giorni di convivenza con un’idea sono sempre fantastici. Lei è al centro dei tuoi pensieri e sembra sempre così perfetta, così adatta al tuo stile di scrittura. Passi ore intere a cullarla e a nutrirla, nella speranza che crescendo diventi una storia in grado di appassionare milioni di lettori. Purtroppo le idee sono anche delle creature fragili. Quando entrano nella pubertà, alcune muoiono schiacciate dal loro stesso peso. Altre diventano delle bestie rabbiose e viziate, inadatte anche a un brutto romanzo. Solo poche riescono a mantenere intatto lo splendore che avevano durante l’infanzia e a diventare, una volta adulte, un racconto degno di essere letto.

All’inizio non è facile capire a un primo sguardo quali idee riusciranno a crescere in modo sano. Si prova sempre ad allevarle tutte come se fossero egualmente degne di amore e di rispetto. È per questo che quando arrivano i primi morsi si sente così tanto dolore. Vedere degli esseri innocenti diventare dei mostri può spezzare il cuore anche del più duro degli uomini. Ma è una sofferenza necessaria. Solo accumulando cicatrici interne ed esterne si può diventare degli abili allevatori di idee. Gli esperti riconoscono i cuccioli migliori alla prima occhiata e spesso riescono a crescerli in modo impeccabile. Tuttavia neppure loro sono infallibili.

Io credo di essere a metà strada. Riesco a scartare a priori le idee che non porteranno da nessuna parte, ma a volte mi lascio ancora abbagliare da quelle destinate a tramutarsi in dei mostri. Immagino che la situazione sia più o meno la stessa per tutti gli autori alla prima pubblicazione.

Ho esordito dicendo che da qualche tempo corro al mattino ascoltando i Beatles, ma finora ho parlato solo di attività fisica, di improbabili incontri col me stesso tredicenne e di idee. Credo sia giunto il momento di spendere qualche parola sulla band inglese.

Ho l’impressione che dire “mi piacciono i Beatles” nel 2018 equivalga a etichettarsi come hipster, specialmente se a dirlo è un ventenne. La verità è che io non ho proprio nulla a che fare con quella sottocultura.

La mia passione per i Beatles è nata per caso, durante la lettura di un libro di Haruki Murakami. L’autore giapponese ha uno stile molto particolare e riesce a toccare corde del mio animo che altri scrittori non riescono nemmeno a sfiorare. Riesce a imprimere una forza incredibile nelle parole che sceglie e sono certo che riuscirebbe a rendere appassionante anche la descrizione di un cubetto di ghiaccio che si scioglie. Non posso dire che il suo libro “L’arte di correre” mi abbia spinto a dedicarmi alla corsa a piedi, lo facevo già, ma di sicuro ha contribuito a rafforzare la mia passione. Mi ha invogliato, inoltre, a provare alcuni vecchi album che lo stesso Murakami ascolta durante l’attività fisica. È così che sul mio lettore di mp3 sono finiti “Daydream” dei Loving Spoonful e “Magical Mystery Tour” e “Rubber Soul”, entrambi dei Beatles.

La copertina del libro "L'arte di correre" di Haruki Murakami
“L’arte di correre” di Haruki Murakami. Uno dei pochi libri che rileggo ogni anno, senza mai annoiarmi.

Ovviamente, conoscevo già il gruppo inglese per alcune delle sue canzoni più famose, come “Yesterday”, “Hey Jude” e “Let it be”, ma non avevo mai ascoltato un loro album dall’inizio alla fine.

Sarò sincero: non credevo che li avrei apprezzati così tanto. Brani come “Norwegian Wood”, “Strawberry Fields”, “I am the walrus” e “Girl” sono entrati di prepotenza tra i miei preferiti. Faccio fatica a spiegare in modo razionale il perché. So solo che nelle canzoni dei Beatles è presente la stessa ineffabile magia che permea i libri di Murakami, i videogiochi della Nintendo, i film di animazione dello studio Ghibli e tutte le altre opere che amo. Nonostante siano state scritte quando non ero ancora nato, sono in grado di comunicare con la parte più profonda del mio animo meglio di tanti successi musicali degli ultimi dieci anni. Il tempo può rendere obsoleti i fuochi di paglia, ma non può fare nulla per sminuire le vere opere d’arte. Anche a distanza di secoli, esisterà sempre qualcuno in grado di apprezzarle per quello che sono.

Anche se ne parlo così bene, non sono certo un esperto dei Beatles. Non ho mai ascoltato la stragrande maggioranza dei loro album e conosco la storia del gruppo solo a grandi linee. La verità è che non credo di essere quel tipo di fan. Non sento mai il bisogno di recuperare in fretta e furia tutta la discografia di un gruppo che mi piace o di leggere in pochi mesi tutti i libri di un autore che ho scoperto da poco. Non sono un velocista che vuole tagliare il traguardo nel minor tempo possibile. Sono più simile a uno pseudo maratoneta che vuole godersi ogni fase della corsa senza mai strafare. Prima o poi ascolterò tutti gli album dei Beatles, certo, ma lo farò a modo mio, lasciando tutto il tempo necessario alla mia passione per crescere in modo naturale. Poco importa se ci vorranno dieci mesi o dieci anni.

Immagino che ora qualcuno potrebbe avere voglia di domandarmi: “Ma perché ascolti proprio i Beatles mentre corri?”. Non sono in grado di dare una risposta concreta. La verità è che riesco a correre senza problemi anche ascoltando della musica differente (sarebbe preoccupante il contrario!). Ascoltare una canzone dei Beatles o la colonna sonora di un videogioco non influenza in alcun modo la qualità delle mie prestazioni. È solo che ormai correre ascoltando in loop “Magical Mystery Tour” e “Rubber Soul” mi viene naturale. Se non lo faccio, sento sempre che manca qualcosa.

Forse è solo una fase.

Forse tra qualche mese arriverò ad odiare quei due album a causa dei troppi ascolti.

Per ora credo che mi limiterò a prenotare l’ennesimo viaggio a bordo del Magical Mystery Tour.

Autore: Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro e sono l'autore del romanzo urban fantasy "I Guardiani dei Parchi". Nella vita faccio il giornalista, ma qui su Wordpress gestisco il blog "Pillole di Folklore e Scrittura", dove parlo di libri, mitologia, credenze popolari e, in generale, di tutto ciò che mi appassiona.

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