Il velo di Maya, i falsi idoli e le illusioni personali

Uno dei filosofi che ritengo più interessanti e attuali è Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco con una concezione pessimista e rigida sulla vita e sull’esistenza.
In particolar modo, il concetto del “velo di Maya” mi ha sempre affascinato moltissimo, pur non capendo bene, ai tempi dei miei studi, la ragione. Adesso invece, ritengo di aver elaborato meglio il concetto espresso dal filosofo.

L’idea del velo di Maya è la seguente, e si rifà alla filosofia indiana.
Esistono un fenomeno e un noumeno. Il fenomeno, costrutto della nostra mente, è il mondo come ci appare, mentre il noumeno è la quintessenza della cosa, la sua realtà. Il fenomeno è quindi un “velo” che distorce la realtà rispetto a ciò che veramente è.
Proverò dunque a esprimere una mia considerazione a riguardo.

Attorno a me, osservo spesso persone condizionate dai propri preconcetti, dai propri punti di vista e dalle proprie convinzioni. Un’ammirazione verso una persona che si rivela, in realtà, essere egocentrica e opportunista; un’idea di come mandare avanti la propria vita o le proprie relazioni sentimentali nonostante ci sia molto da rivedere; un semplice modo di reagire perché si teme il giudizio altrui.
Faccio degli esempi concreti: il simpatizzare ciecamente per un politico corrotto, nonostante la sua (mancanza di) morale, o ancora avere una semplice fissazione di mangiare solo verdura, o non mangiare niente, perché così si dimagrisce.
Ed è giusto così. Ritengo che ogni persona abbia il diritto di vivere nel modo che più ritiene corretto, senza troppa influenza esterna – anche perché, ogni individuo raccoglie ciò che semina in quasi ogni caso.

Tuttavia, questo mi ha comunque indotto a interrogarmi sul perché, se il risultato è negativo, e contro ogni prova e ragione, una persona resti attaccata alle proprie convinzioni e ai propri falsi miti.
Ritengo che il “velo di Maya” sia una bellissima metafora che ci spinge a pensare razionalmente.

Cosa significa pensare razionalmente? Significa essere in grado di distaccare il giudizio emotivo, il giudizio nato sul momento e/o la “certezza di sapere” per poi valutare, da un punto di vista assolutamente freddo e neutrale, la realtà e la verità.
Essere quindi in grado di cogliere quella voce che abbiamo dentro, che, al dunque dei fatti, ci dice “te l’avevo detto“. Quella voce che non abbiamo ascoltato quando avremmo dovuto.
In fondo, possediamo più di un senso per una ragione.

Sospendere le proprie illusioni, distruggendo così il velo di Maya, è un esercizio arduo, in quanto non si è mai certi di quali strati del velo si siano scansati, e quali no.

Vedere la verità e parlare della verità è esattamente il motivo per cui si riesce a costruire fiducia. Sarà un caso?

Autore: Gabriele Glinni

Dottore in Mediazione Linguistica con riguardo verso la traduzione specialistica. Amante della scrittura creativa e autore del romanzo Ascend-ent. Sostenitore dell'arte della composizione di messaggi efficaci ed eloquenti.

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