Dieci sorrisi, una verità che fa male – ft. Maria Rubino

Nel panorama dei racconti brevi che sanno colpire senza alzare la voce, Dieci sorrisi di Maria Rubino è uno di quelli che restano addosso.
Maria Rubino ha prodotto negli anni diversi racconti, muovendosi con naturalezza tra introspezione, fragilità emotive e dinamiche relazionali complesse. Questo testo, in particolare, mi ha colpito per la sua lucidità spietata: una storia che non cerca scorciatoie morali, ma accompagna il lettore dentro un amore che lentamente si trasforma in prigione.

Ecco un estratto:

Mi ha sorriso dieci volte. Mi ha picchiata molte di più.
La prima volta, ero sul treno.
Lottavo con la borsa, la sciarpa e, soprattutto, la morsa allo stomaco dopo l’incontro con la relatrice della tesi.
Il controllore aveva deciso che era il giorno giusto per fermarsi davanti a me e
chiedere il biglietto, che, stupidamente, non avevo obliterato.
Guance in fiamme, guardavo sottecchi intorno e, proprio in quel momento, incrociai il suo sguardo.
Jeans, capelli scuri e un sorriso che poteva far sbocciare i fiori di pesco in inverno.
Quelli a cui pensi quando torni a casa, il giorno dopo e l’altro ancora.
Quelli a cui pensi, anche se non dovresti.
La seconda volta ero al bar. Ultimo esame concluso; un caffè prima di prendere il pullman.
«Il caffè non si prende da sola», sussurrò, invitandomi al suo tavolino.
Solo una colazione, mi dicevo, ma il mio corpo la pensava diversamente.
Voce bassa, sguardo in giù: faticavo a riconoscermi.
«Mi chiamo Luca.» Il secondo sorriso, così potente che sembrava poter fermare il tempo. «Ho finito giurisprudenza, ora faccio un tirocinio nello studio legale Doriani.»

Per Pillole di Folklore e Scrittura ho immaginato un’intervista che provasse ad andare sotto la superficie del racconto, interrogandone i temi, le scelte narrative e il non detto.

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Rexon Vale – Come scrivere un villain meta senza distruggere la tua storia

Scrivere un villain è una questione di funzione. Scrivere un buon villain è una questione di conflitto. Scrivere un villain meta, invece, è una questione di responsabilità.

Responsabilità verso il mondo narrativo che stai costruendo.
Responsabilità verso il lettore.
Responsabilità, soprattutto, verso le regole invisibili che tengono insieme la sospensione dell’incredulità.

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Da comparsa mal caratterizzata a co-protagonista – Shannen Sachiho, come elevare un personaggio da 0 a 100

Se mi avessero detto, anni fa, che uno dei personaggi che oggi considero più “vivi” del Lonnieverse sarebbe stata Shannen Sachiho, avrei risposto con una cosa molto tecnica e professionale: “sì, certo, come no”.

Chi diavolo era Shannen? Un personaggio terziario nella mia serie Welcome to the Lonnieverse che occupava spazio importante con una caratterizzazione scadente.

Perché la Shannen “vecchia” nasceva con un destino abbastanza crudele: testimone timida, un’ossessione un po’ malsana per il detective Raye Doom, e una funzione narrativa che suonava più o meno così: “serve che qualcuno dica questa cosa in aula”. Fine. E basta.
Il problema? Era centrale in due casi finali della seconda serie.
Il primo: un caso di epidemia quasi globale dove testimonia contro il big bad.
Il secondo: la resa dei conti finale dove lei era sulla maledetta scena del crimine e viene accusata ingiustamente.
Quindi non era nemmeno una comparsa: era un cartello stradale piazzato in mezzo all’autostrada.

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Dandadan: quando un anime ti chiede pazienza (e poi ti ripaga)

Ci sono anime che ti prendono per mano dal primo episodio.
E poi c’è Dandadan, che invece sembra dirti:
“Se non mi capisci subito, problema tuo”.

Io, infatti, non l’avevo capito.
La prima volta avevo mollato senza troppi rimpianti.

L’impatto iniziale: fascinazione e rigetto

I primi episodi di Dandadan sono strani. Non strani nel senso “originali”, ma strani nel senso “ma perché?”.
Ti intrigano subito con un’idea potenzialmente potentissima: alieni e fantasmi esistono entrambi, e convivono nello stesso mondo narrativo senza che uno smentisca l’altro. È una premessa che promette caos controllato, collisione di immaginari, possibilità infinite.

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Nana (anime) – Recensione

Quest’anno ho fatto una cosa che, emotivamente, equivale a rimettersi a parlare con un ex che sai ti farà male:
ho rivisto Nana.
L’ho fatto con mia moglie, quindi con testimoni, commenti a caldo e sospiri sincronizzati. E sì: Nana resta un anime iconico, affascinante, doloroso… ma anche tremendamente imperfetto.

La storia parte benissimo.
Due ragazze, stesso nome, stesso treno, direzione Tokyo.
Sembra quasi una coincidenza romantica, e invece è una dichiarazione d’intenti.

All’inizio tutto sembra semplice:

  • Nana Komatsu (Hachi): sognatrice, emotiva, ingenua.
  • Nana Osaki: rock, cinica, apparentemente pragmatica.

Poi Nana fa quello che sa fare meglio: ti frega.

Andando avanti scopri che le etichette non reggono:

  • Hachi, quella “leggera”, diventa sempre più decisa sul suo desiderio di famiglia e stabilità.
  • Osaki, la “forte”, si rivela fragilissima, terrorizzata dall’abbandono e incapace di reggere i legami senza soffocarli.
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Quando un personaggio imposto da altri viene divorato dalla storia

Ci sono personaggi che nascono per necessità narrative.
E poi ci sono personaggi che nascono per compiacere qualcuno.

Elise Méthot apparteneva alla seconda categoria.

Non è una colpa morale. È una colpa strutturale.

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Da World of Hearts a Welcome to the Lonnieverse: come ho ripulito, riscritto e potenziato il mio universo narrativo nel 2025

Quest’anno ho fatto pulizia di primavera con la delicatezza di un caterpillar. Il vecchio “World of Hearts” aveva energia, ma anche appendici mosce, coppie imposte, filler che “allungano il brodo”, e soprattutto una dipendenza da un altro autore che, nel frattempo, ha lasciato il tavolo apparecchiato e si è dileguato. Un amico, Alessandro Bolzani, il caro coautore del blog, ha battezzato quelle falle “momenti Bambi”: teneri, sì, ma fuori fuoco mentre il mio mondo parlava di processi, indagini, corruzione e città tra le nuvole.
Risultato: ho rifatto l’impianto elettrico.

Nuovo nome—Welcome to the Lonnieverse—e nuove fondamenta: tre assi portanti (Wolf, Lilith, Saria), continuità tematica (giustizia, potere, verità), final boss solidi, e zero zucchero aggiunto.

Di seguito, come ho messo mano—seriamente—ai personaggi e agli archi. Spoiler: se prima qualcuno “compariva”, adesso agisce.

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Ace Attorney: quando il vero colpevole è… la scrittura – Un’indagine sarcastica sui difetti dei personaggi della serie

C’è chi passa anni a difendere clienti improbabili, chi suda sette camicie dietro al banco dell’accusa, chi si ritrova puntualmente rapito o accusato d’omicidio. Ma dietro il dramma processuale c’è un altro imputato che nessuno cita mai: la penna degli autori.
Ecco un piccolo processo ai personaggi di Ace Attorney, con i loro “reati” di scrittura più evidenti.

Disclaimer: le critiche non sono un attacco ai personaggi, anzi la maggior parte di quelli citati li adoro. Sono solo riflessioni personali 🙂

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Quando il comic relief diventa comic grief – Il caso di Wendy Oldbag

Ci sono personaggi nati per far ridere… e poi ci sono quelli che, a forza di farlo, ti fanno desiderare il tasto “mute”. Wendy Oldbag appartiene gloriosamente a entrambe le categorie: icona comica, spalla irresistibile — e, col tempo, sirena d’allarme del “basta così, grazie”.

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Secondo anno di scrittura – Wolf Lonnie Fighting for Truth caso 5, parte 3: Desiderio d’amore 

Disclaimer: questo sarà l’ultimo articolo-riassunto (salvo miei ripensamenti), se siete curiosi di continuare la saga non abbiate esitazioni a contattarmi direttamente (gabrieleglinni@gmail.com) 🙂 ciò detto, iniziamo!

Stavamo all’inizio di Wolf vs Lucious, Lilith e Saria. Il finale della seconda serie.

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