La scrittura di Squid Game. Perché i “death games” funzionano così tanto?

La locandina di Squid Game

Se c’è una serie tv che nelle ultime settimane ha attirato l’attenzione del mondo intero, quella è di sicuro Squid Game. La produzione sudcoreana ha ammaliato tutti con il suo stile crudo e la scelta di trasformare dei giochi per bambini in delle prove mortali. Intendiamoci, rendere 1,2,3 Stella l’esperienza più angosciante di sempre non è una novità (ci aveva già pensato As the Gods Will), ma è tutto il contorno a fare la differenza. Senza la parte iniziale, dove vengono denunciate le iniquità della società sudcoreana ed evidenziati i grandi problemi economici dei protagonisti, l’impatto dei giochi mortali sarebbe molto più ridotto. Lo spettatore vuole vedere il protagonista e i suoi amici trionfare perché sa cos’hanno passato.

È proprio l’empatia a decretare il successo o il fallimento di un’opera incentrata sui death games. Se la connessione con i personaggi è assente, allora la loro eventuale morte finisce per lasciare indifferente lo spettatore. Viceversa, un protagonista e dei comprimari ben scritti che perdono la vita finiscono per avere un grandissimo impatto sull’intera percezione della serie/film/libro.

Se l’empatia è l’ingrediente principale, ce ne sono anche molti altri che aiutano a determinare la qualità complessiva dell’opera. La curiosità di scoprire quale sarà il prossimo gioco mortale, per esempio, è una delle ragioni per cui produzioni come Squid Game, Alice in Borderlands e As the Gods Will hanno avuto tanto successo. Quando poi la prova viene rivelata, in chi segue le vicende sorgono spontanee tante altre domande. Come farà il protagonista a salvarsi questa volta? Agirà da solo o proverà a cercare aiuto? Quali strategie verranno messe in atto? Con un minimo di accortezza, chi scrive la storia può sfruttare le caratteristiche intrinseche del genere per tenere lo spettatore/il lettore incollato allo schermo/alle pagine.

Aprendo una parentesi un po’ macabra, bisogna ammettere che molti spettatori/lettori provano anche una forte curiosità per i modi atroci in cui moriranno i vari personaggi. È un elemento che ha fatto la fortuna di serie come Saw e Final Destination e che molti autori/sceneggiatori hanno imparato a gestire alla perfezione. In Squid Game è presente solo in alcune prove, ma in libri come Battle Royale o la serie di Hunger Games ricopre un ruolo di maggior rilievo. Nel romanzo di Koushun Takami, per esempio, è interessante capire come gli studenti sfrutteranno le armi ricevute all’inizio del “gioco” (non tutte utili in egual misura) per sopravvivere ed eliminare gli avversari.

Anche l’aspetto squisitamente sociologico delle opere basate sui giochi mortali fa parte del segreto del loro successo. In misura più o meno elevata, tutti sono curiosi di vedere cosa succede quando un gruppo di esseri umani viene inserito in un contesto nel quale le regole della società non hanno alcun valore. Opere come Squid Game possono generare nel fruitore domande come “ci comportiamo bene solo per evitare di essere puniti o perché abbiamo un’indole buona?”, “posso fidarmi di chi mi sta attorno quando potrebbe farmi qualsiasi cosa senza conseguenze?”, “in un contesto simile, agirei anch’io allo stesso modo?”. Forse la riflessione sul comportamento umano non è il fulcro di tutte le opere che ho menzionato in questo articolo, ma rimane comunque un aspetto che trovo molto affascinante.

Autore: Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro e sono l'autore del romanzo urban fantasy "I Guardiani dei Parchi". Nella vita faccio il giornalista, ma qui su Wordpress gestisco il blog "Pillole di Folklore e Scrittura", dove parlo di libri, mitologia, credenze popolari e, in generale, di tutto ciò che mi appassiona.

2 pensieri riguardo “La scrittura di Squid Game. Perché i “death games” funzionano così tanto?”

    1. In parte sì, però per fortuna la serie non si limita a dare in pasto allo spettatore morti atroci e violenza fisica e psicologica. Ci sono degli spunti di riflessione molto interessanti, soprattutto su questioni come il capitalismo e l’eterno scontro tra cooperazione e individualismo.

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