Esperienza lavorativa: un racconto personale

Per il giorno del mio compleanno, ho deciso di scrivere un articolo avente a tema il percorso personale che più mi ha cambiato nel corso del 2021: il mio lavoro.
Attualmente sono impiegato come analista finanziario (più precisamente, come Lead Management Analyst) presso una società di riparazione del debito, che si occupa di assistere clienti che hanno importanti problemi con prodotti finanziari (o, citando alcuni colleghi, i “buffi”).
Ho iniziato a marzo 2021, e, da giugno, sono a tempo indeterminato.
Per esperienza lavorativa, nel mio caso, intendo lavoro full time con contratto in regola.

Non ho studiato Economia o Legge all’università.
Sono laureato in Interpretariato e Traduzione con un Master in Adattamento Cinetelevisivo e Sottotitolaggio.
Quindi come sono finito in un’azienda che si occupa di prodotti finanziari?

Facciamo una premessa: non mi è mai piaciuto tradurre.
Per quanto conosca abbastanza bene i vari meandri del mondo traduttivo (grazie al cavolo), l’ho sempre trovato un processo macchinoso, lento e impersonale.
Il lavoro stesso di traduttore è mal retribuito, mal considerato, mal qualsiasi cosa, perlopiù per via dell’esistenza della MT (Machine Translation) o di madrelingua che vengono anche impiegati (erroneamente) come traduttori.
Mi sono sempre piaciute le lingue inglese e portoghese, e ho trovato particolarmente interessante il Master affrontato anni fa, ma mi sono reso rapidamente conto, negli anni, che avrei voluto studiare qualcosa di diverso, come ad esempio Informatica (sto rimediando ora).
Strano a dirsi, col senno di poi non avrei mai immaginato che avrei preferito i numeri alle lettere.

Ho trovato impiego nella mia azienda con una candidatura a caso su Indeed. Avete letto bene.
Non una delle famose “candidature mirate”, non una di quelle candidature dove ti prepari meticolosamente prima di inoltrare il cv, niente del genere. Una semplicissima candidatura a caso.

Oddio, in realtà non tanto a caso.
Volevo espandere i miei orizzonti oltre le benedette lingue, e l’annuncio su Indeed parlava di un settore interessante, oltre che una retribuzione buona e un contratto che non sembrava una presa per i fondelli. Un contratto per cui sarebbe valsa la pena lottare.

Curiosamente ricevetti la chiamata mentre mi stavo dirigendo, in macchina, verso il centro per l’impiego (senza conoscere la strada, immaginate la scena).
Inizialmente mi parve la tipica fregatura stile finti lavori di segreteria che in realtà sono vendite porta a porta, ma più mi venivano fatte domande, più l’azienda mi appariva seria.
Il primo colloquio telefonico venne superato e anche il secondo. Così, subito dopo, iniziai a prepararmi il più possibile su prestiti e finanziamenti, non performing loans, TAN e TAEG, ecc.. (addirittura studiando i termini in francese e portoghese 😂)
Ricordo ancora la mia emozione quando, nel terzo (e ultimo) colloquio mi diressi, per la prima volta, in quell’elegantissimo ufficio, parlando in inglese di prodotti bancari, cosa avrei portato all’azienda, Excel (santo Excel e il corso online che ho fatto, che vale più di 10 esami universitari, chiusa parentesi), ecc..

Dopo un disguido iniziale, in cui non mi era arrivata la mail col contratto, venni così assunto, con tantissima gioia.
Per me, iniziare a lavorare in azienda significava (e significa), prima di tutto, ripagare la fiducia che mi era stata data nell’assumermi e fare sempre del mio meglio, puntare al massimo, senza mai approfittare, in nessun modo, di tale fiducia.
La penso così: lo stipendio che riceviamo non cade dal metaforico albero. Dipende dal nostro impegno e da cosa portiamo, di utile, all’azienda.
Non è la paghetta di mamma e papà, e niente ci è dovuto.

Iniziai a lavorare pieno di entusiasmo e anche offrendo servizi di altro tipo (particolarmente in ambito traduttivo), ma mi resi presto conto di essere in difficoltà nel soddisfare gli obiettivi primari richiesti dall’azienda.

Senza scendere troppo nei dettagli, avere a che fare con il mondo dei debiti non era come avere a che fare con clienti di Sky.
Un’altra cosa che vorrei evidenziare è che, per un ragazzo come me alla prima, vera esperienza lavorativa, era molto facile commettere errori d’ingenuità, spesso a causa della mia smodata voglia di fare o senza considerare dovutamente alcune procedure. Esempi sciocchi: mettere bocca in decisioni che non spettavano a me, o prendere iniziative non richieste.
All’inizio, soprattutto se ci si sente smarriti e alle prime armi, e a muoverci è l’incertezza, è anche molto facile, di riflesso, che tale comportamento si ripercuota nei rapporti con i colleghi.

Ora veniamo alle cose belle.
Le aziende vengono spesso dipinte come questi mostri che, se non produci, ti mandano via a calci nel sedere dopo averti strappato, di fronte ai tuoi occhi, il contratto.
In realtà mi sono reso conto che, molto spesso, quello che limita il dipendente è proprio ciò che si sente spesso dire in giro: la mancanza di voglia di fare.
Mi riferisco in particolare a persone che ho conosciuto al di fuori del lavoro, ma mi sono reso conto che, quando dicono che i giovani non vogliono lavorare, non è sempre una malignità per impedire loro di accedere al mondo del lavoro.

Se ci si mette anima e corpo nel voler raggiungere un obiettivo, a meno che non manchi concretamente il modo di realizzarlo, lo si raggiungerà. E la voglia di fare non passa mai inosservata.
Nel caso del mio lavoro, il mio impegno è stato notato e sono stato spostato di dipartimento, dove, da aprile ad adesso, rendo molto di più rispetto a quanto avrei reso nel precedente dipartimento.

Come ha fatto, vi chiederete, uno laureato in Lingue ad ambientarsi in un luogo di lavoro che chiedeva competenze di tutt’altro tipo?
Sfatiamo un mito: si può tranquillamente formare qualcuno specializzato in un settore in tutt’altro tipo di ambito.
Non sono stato il solo laureato in Lingue (in azienda) ad ambientarsi, ma, al di là del mio esempio, ho anche conosciuto ragazzi laureati in Psicologia lavorare come sistemisti.

Tuttavia, io penso anche questo.
Al di là delle competenze effettive che servono a svolgere il lavoro, si apprende anche tanta componente umana che non è mai dovutamente enfatizzata o accennata dalle università.
Entri in azienda impaurito e perplesso, qualche mese dopo impari a mostrare la serietà richiesta, l’atteggiamento e il portamento adeguati, magari anche il modo di rapportarti con i colleghi o addirittura la leadership.
Ti rendi mano mano conto dei tuoi difetti, li correggi, li migliori.
Ritengo che queste componenti umane apprese siano state molto più importanti di qualsiasi altro concetto bancario o economico.

È difficile spiegare esattamente cosa sia successo, ma è avvenuto in me un cambiamento tangibile, notato (e complimentato) anche da un mio diretto superiore.
Se nel 2020 mi sono sforzato tanto di rimettermi a posto fisicamente e socialmente, nel 2021 ho fatto i conti con il vero significato del lavorare, dell’avere colleghi, dell’avere responsabilità, e così via.


Autore: Gabriele Glinni

Dottore in Mediazione Linguistica con riguardo verso la traduzione specialistica. Amante della scrittura creativa e autore del romanzo Ascend-ent. Sostenitore dell'arte della composizione di messaggi efficaci ed eloquenti.

2 pensieri riguardo “Esperienza lavorativa: un racconto personale”

  1. Buon compleanno, intanto!
    Hai avuto un’ottima esperienza su cui sei riuscito a capitalizzare, devi andarne molto fiero! Io purtroppo ho avuto un esperienza molto meno positiva con un’azienda in cui ho lavorato, il lavoro era alienante con scarso margini di crescita e con i colleghi mi sono trovato molto poco bene; non è un caso se appena ho potuto ho mollato, e adesso ho trovato un lavoro che mi piace davvero e mi realizza.

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