Un mistico legame con il passato ft. Alexias D’Avino

Scrivere un libro può essere un modo efficace per esplorare meglio dei lati della propria personalità e comprendere più a fondo se stessi. D’altronde quando si creano personaggi e intrecci si tende spesso ad attingere dalle esperienze vissute nel corso della vita , dunque è quasi inevitabile mettere un po’ del proprio vissuto tra le pagine che i lettori andranno a leggere. Nel caso di Alexias D’Avino, scrivere “Areté – La rinascita” è stato importante per ottenere una comprensione ancora più precisa della propria identità, andando a consolidare un percorso iniziato ancor prima della stesura del libro.

Il romanzo, pubblicato da PAV Edizioni, è un fantasy che unisce il presente di Napoli a un passato mitologico capace di far sognare a occhi aperti il lettore. In seguito alla scomparsa del suo ragazzo, Enea, uno dei protagonisti, manifesta dei poteri inspiegabili e scopre di avere un legame con Heles, l’alta sacerdotessa delle Divine Luci di Areté. Antico e moderno si intrecciano in una storia che si svolge tra le strade della città partenopea e i paesaggi della misteriosa isola al centro del Mediterraneo.

Per conoscere meglio “Areté – La rinascita”, lo spin off “Arsinoe dei sussurri – Le Voci di Areté” e il percorso che ha portato alla loro realizzazione, ho deciso di porre alcune domande ad Alexias.

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La sindrome dell’orecchio miracoloso – come origliare da dietro una tenda (inesistente) e far avanzare la trama senza sudare

C’è una scorciatoia narrativa che, nelle serie TV, ritorna con la puntualità di una bolletta: il personaggio che ascolta o vede qualcosa di segreto “per caso”. Non perché abbia indagato, non perché abbia rischiato, non perché qualcuno abbia commesso un errore credibile. No. Semplicemente… era lì. Dietro una finestra senza tende. Dietro una porta socchiusa che nessuno chiude mai. Sotto un balcone dove i dialoghi si recitano a voce da teatro greco.

È comodo, rapido, e spesso ridicolo. Eppure continua a prosperare soprattutto nelle storie piene di segreti, intrighi e rivelazioni compromettenti. Vale la pena capire come funziona questa sindrome, perché viene usata così spesso e osservare alcuni esempi emblematici che l’hanno resa tristemente riconoscibile.

La dinamica è quasi sempre identica. Due personaggi parlano di qualcosa che non dovrebbe essere ascoltato da nessuno, ma lo fanno nel luogo meno sicuro possibile. Salotti con vetrate, cortili aperti, corridoi pubblici, finestre spalancate. A quel punto entra in scena un terzo personaggio che compare magicamente nel raggio acustico o visivo perfetto, come se il mondo stesso si fosse piegato per offrirgli il posto in prima fila. La trama avanza, l’autore tira un sospiro di sollievo e lo spettatore… molto meno.

Il problema non è l’origliare in sé. Il problema è l’assenza totale di causalità narrativa. Non c’è una scelta, non c’è un rischio, non c’è una conseguenza. C’è solo fortuna strutturale, un caso talmente ripetuto da sembrare un meccanismo di sistema.

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Quando l’autore voleva scrivere un genio e ha ottenuto Cheryl Hortencia – caso studio di intenzioni vs resa in scrittura

C’è un fenomeno curioso, frequente e spesso involontariamente comico nella scrittura: l’autore intende creare un personaggio estremamente intelligente…
ma il testo, impietoso, ne produce uno mediocre, presuntuoso e sostenuto solo dalla fortuna.

Cheryl Hortencia, un personaggio scritto non da me all’interno di Lonnieverse, è un caso da manuale.

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Meglio un universo narrativo che un’amicizia rotta per un antipasto

Ci sono amicizie che finiscono per grandi tragedie.
E poi ci sono quelle che muoiono perché qualcuno ha iniziato a mangiare l’antipasto prima.

Non è una metafora. È successo davvero.

Nel tempo ho visto rapporti incrinarsi per inviti a compleanni non arrivati, aspettative non dichiarate, silenzi improvvisi che sembrano cliffhanger scritti male. Persone che spariscono senza spiegazioni, come se il ghosting fosse una forma accettabile di comunicazione adulta. Altre che si risentono per cose mai dette ad alta voce, ma archiviate con cura nel fantastico e deviato reparto mentale dei “rancori futuri”.

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Una vita da cani non è poi così male ft. Gabriele Palumbo

I cani sono adorabili, vero? Piacciono proprio a tutti! Bè, non è del tutto vero… Alex, il protagonista del romanzo “Zampalandia” di Gabriele Palumbo, non li sopporta proprio! Tutta colpa di una brutta esperienza vissuta da bambino (per me vale lo stesso con le api, ma questo è un’altra storia). L’occasione per vendicarsi dei quadrupedi arriva quando diventare il gestore del canile di Torre del Mare, esperienza che però prende una piega imprevista. Per uno strano scherzo del destino, Alex si ritrova in un corpo molto diverso da quello a cui è abituato e deve unire le forze con gli animali per fermare chi vuole sfruttarli per il proprio tornaconto.

Zampalandia è stato pubblicato nel 2023 da PAV Edizioni e nel 2024 è uscito anche il sequel “Zampalandia – Il Vesuvio di patate”. Si tratta di due letture perfette per i bambini ma in grado di appassionare anche gli adulti, soprattutto per colpa della componente mistery. E se non siete ancora convinti a leggerli, scommetto che la mia intervista a Gabriele Palumbo vi farà cambiare idea!

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Scrivere a quattro mani quando la morte risponde: dietro le quinte di Renascent – L’eco della morte

Scrivere a più mani è una di quelle esperienze che tutti consigliano con entusiasmo… salvo poi evitarle come la peste (parlo per esperienza diretta).
Perché non è solo una questione di stile: è una questione di controllo, di fiducia e, spesso, di ego.

Renascent – L’eco della morte nasce proprio lì, in quello spazio delicato in cui due voci devono convivere senza annullarsi.
Il romanzo è costruito a capitoli alternati: io sviluppo gli eventi dal punto di vista della detective Eva Halloway, mentre il caro Alessandro Bolzani egue il POV di Victor Fullard, protagonista dotato di un potere tanto semplice quanto disturbante: può far risorgere i morti.

Il tema centrale è, inevitabilmente, la morte.
Ma quello che ci interessava davvero era il dopo.

Due personaggi, due tensioni opposte

Victor ed Eva non sono solo due punti di vista narrativi: sono due idee di mondo che collidono.

Victor è riflessivo, cupo, spesso paralizzato dal peso delle proprie capacità. La resurrezione, per lui, non è un dono, ma una responsabilità ingestibile. Ogni ritorno alla vita è un errore che, poco alla volta, a ogni scoperta, si accumula.

Eva, al contrario, è una detective estremamente acuta, deduttiva, arrivista. In passato voleva essere un’influencer; appena entrata in polizia cercava visibilità, riconoscimento, notorietà. Non l’ha mai davvero ottenuta.
E questo la rode.

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Dieci sorrisi, una verità che fa male – ft. Maria Rubino

Nel panorama dei racconti brevi che sanno colpire senza alzare la voce, Dieci sorrisi di Maria Rubino è uno di quelli che restano addosso.
Maria Rubino ha prodotto negli anni diversi racconti, muovendosi con naturalezza tra introspezione, fragilità emotive e dinamiche relazionali complesse. Questo testo, in particolare, mi ha colpito per la sua lucidità spietata: una storia che non cerca scorciatoie morali, ma accompagna il lettore dentro un amore che lentamente si trasforma in prigione.

Ecco un estratto:

Mi ha sorriso dieci volte. Mi ha picchiata molte di più.
La prima volta, ero sul treno.
Lottavo con la borsa, la sciarpa e, soprattutto, la morsa allo stomaco dopo l’incontro con la relatrice della tesi.
Il controllore aveva deciso che era il giorno giusto per fermarsi davanti a me e
chiedere il biglietto, che, stupidamente, non avevo obliterato.
Guance in fiamme, guardavo sottecchi intorno e, proprio in quel momento, incrociai il suo sguardo.
Jeans, capelli scuri e un sorriso che poteva far sbocciare i fiori di pesco in inverno.
Quelli a cui pensi quando torni a casa, il giorno dopo e l’altro ancora.
Quelli a cui pensi, anche se non dovresti.
La seconda volta ero al bar. Ultimo esame concluso; un caffè prima di prendere il pullman.
«Il caffè non si prende da sola», sussurrò, invitandomi al suo tavolino.
Solo una colazione, mi dicevo, ma il mio corpo la pensava diversamente.
Voce bassa, sguardo in giù: faticavo a riconoscermi.
«Mi chiamo Luca.» Il secondo sorriso, così potente che sembrava poter fermare il tempo. «Ho finito giurisprudenza, ora faccio un tirocinio nello studio legale Doriani.»

Per Pillole di Folklore e Scrittura ho immaginato un’intervista che provasse ad andare sotto la superficie del racconto, interrogandone i temi, le scelte narrative e il non detto.

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Rexon Vale – Come scrivere un villain meta senza distruggere la tua storia

Scrivere un villain è una questione di funzione. Scrivere un buon villain è una questione di conflitto. Scrivere un villain meta, invece, è una questione di responsabilità.

Responsabilità verso il mondo narrativo che stai costruendo.
Responsabilità verso il lettore.
Responsabilità, soprattutto, verso le regole invisibili che tengono insieme la sospensione dell’incredulità.

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La mia esperienza con la rilettura di “Welcome to the Lonnieverse” – Prima parte

Come ho già avuto modo di raccontare, in passato sia io che Gabriele abbiamo creato delle fanfiction ispirate alla serie di videogiochi Ace Attorney. Per un certo periodo abbiamo seguito lo stesso percorso sul Phoenix Wright Forum, postando più o meno regolarmente i capitoli delle nostre storie e interagendo con gli utenti che le leggevano. Esiste però una differenza sostanziale tra di noi: lui non ha mai abbandonato l’universo narrativo che ha creato in quel periodo. Nel corso degli anni l’ha espanso scrivendo una storia dietro l’altra, molte delle quali non sono mai state pubblicate su EFP o su altri siti dedicati alle fanfiction, restando quindi dei tesori nascosti.

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Una storia urban fantasy tra le strade di Londra ft. Jessica Imhof

Un vantaggio innegabile del genere urban fantasy è la possibilità di inserire svariati elementi sovrannaturali in alcune delle città più affascinanti del mondo. “Di metallo e stelle – L’apprendista di Leonardo” di Luca Tarenzi si svolge a Milano, per la saga di “Shadowhunters” è stata scelta New York, mentre a fare da sfondo alle vicende di “Buona Apocalisse a tutti!” (Good Omens) c’è Londra. La capitale inglese gioca un ruolo di primo piano anche in “Il bracciale di Nór”, romanzo urban fantasy scritto da Jessica Imhof e pubblicato da PAV Edizioni. Tra le strade della metropoli si intrecciano i destini di Jack MacKinnon, un cardiologo scozzese in pensione, e Mayela Smith, una ragazza apparentemente normale che però nasconde un grande segreto. Volete sapere di cosa si tratta? Allora dovete leggere il libro! Io non vi dirò altro sulla trama, ma farò qualche domanda a Jessica per conoscere meglio il suo lavoro come autrice u.u Se sarete fortunati, sarà lei a svelare qualcosa in più.

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