Sequel malriusciti, alcune considerazioni.

Alla conclusione di un proprio lavoro, un autore si trova spesso a dover valutare l’idea di realizzare uno o più sequel: solitamente benvenuti e pianificati, come per quanto riguarda la collana di Harry Potter, in altri casi esistono realtà ben più complesse.

Frequentemente capita di parlare del fatto che il sequel di un lavoro di successo non sia all’altezza dell’originale. Ciò spesso si attribuisce agli editori e alle campagne di marketing che costringono gli autori a continuare a scrivere nello stesso universo.

Un lavoro di successo è un lavoro che porta buoni incassi. Non soltanto nella sua forma originale, ma anche in forma di gadget, videogiochi, magliette a tema e via discorrendo. I sequel vengono a volte forzati sugli autori o sviluppatori proprio per continuare una catena di vendita. Per le più svariate ragioni, questo può portare a discostarsi troppo dall’idea originale, a volte rovinandola.

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L’eleganza del “subtle writing”.

Quando si è alle prime armi con la scrittura creativa, è molto facile incappare in uno degli errori più tipici: esagerare e abbondare con le descrizioni e le informazioni fornite.

Lo scrittore principiante potrebbe ritenere che descrivere tutto nel dettaglio, con ampie spiegazioni o dialoghi che esplicitano tutto, sia sinonimo di qualità e attenzione, ma in realtà, in molti casi, non farà altro che danneggiare il suo stesso lavoro.

Proverò a spiegare, con esempi pratici, la ragione.

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Scrivere un grande villain: alcuni consigli.

Immagino che avrete sentito dire spesso che un buon villain è al cardine dell’intera storia. Questo modo di pensare si rivela spesso e frequentemente vero: un villain scritto correttamente non soltanto aumenta la tensione e tiene il lettore interessato, ma è anche una figura che desta scalpore e intrigo.

Se un villain è scritto correttamente, infatti, vorrà essere visto il più spesso possibile intento a pianificare i suoi schemi o a compiere le sue azioni malvagie.

Ma come riuscire nell’ardua impresa? In questo articolo, cercherò di dispensare alcuni consigli che spero potranno essere utili.

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La nascita e lo sviluppo di un’idea in scrittura creativa.

ATTENZIONE! L’articolo contiene immagini grafiche che potrebbero urtare la sensibilità del lettore.

La storia nasce da un’idea, e l’idea può provenire da qualsiasi tipo di ispirazione: un’altra storia o il più sciocco degli avvenimenti quotidiani.

Un esempio potrebbe essere un docente universitario che si sveglia tardi per gli esami, e così, per una particolare successione di eventi, la sua vita inizia a rovinarsi.
Questo esempio potrebbe suonare semplicistico, banale e ridicolo, ma in realtà è proprio al sorgere dell’idea che inizia lo spettacolo.

Infatti, all’idea segue il concetto di “brainstorming,” ovvero una serie di domande a cui lo scrittore si sottopone.

Queste domande iniziali possono essere: “chi? Cosa? Dove? Quando? Perché?”, e più saranno convincenti le risposte trovate, più materiale si avrà a disposizione per scrivere la storia.

Sono dell’opinione che sia necessario lavorare su almeno tre livelli: i personaggi, gli scenari e la storia stessa.

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La tecnica dello “show, don’t tell”.

Parlando di scrittura creativa, è impossibile non nominare la famosa tecnica narrativa dello “Show, don’t tell”, di origine anglosassone.

Tradotto letteralmente “mostra, non raccontare”, la tecnica consiste nel privilegiare e dare priorità al mostrare degli eventi, al lasciarli vivere a un personaggio, facendo sentire le sue emozioni e i suoi pensieri, anziché ridurre il tutto a riassunti, commenti o riferimenti sbrigativi.

Immaginate due scenari. Il primo in cui un vostro amico vi racconta di un bellissimo viaggio all’estero, delle sue esperienze, dei luoghi che ha visitato, delle persone con cui ha avuto a che fare, dei piatti locali che ha mangiato. Il secondo in cui voi vi dirigete in tale luogo e vivete le stesse esperienze, di vostra persona.

Grossomodo il concetto di “Show, don’t tell” sta proprio in questa differenza: vivere un’esperienza è personale, proprio, unico. Sentirne parlare o leggerne a riguardo può soltanto darne un’idea, una vaga immagine, o addirittura annoiare.

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Valore culturale dei lavori degli autori e ricerche su argomenti.

ATTENZIONE! L’articolo contiene immagini grafiche che potrebbero urtare la sensibilità del lettore.

Un altro punto interessante della scrittura creativa, e in generale delle produzioni scritte, è il valore culturale che esse possiedono.

Ogni opera è spesso e volentieri una manifestazione dell’anima del proprio autore, e anche una sorta di trasposizione della propria vita, dei propri pensieri e del proprio passato. Questo è di per sé, a mio parere, un elemento di fondamentale valore. A volte si potranno descrivere delle realtà avendole vissute e affrontate (per citare un esempio illustre: il Diario di Anna Frank),  altre volte si renderà necessario studiarle e approfondirle.

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Scrivere e condividere un universo: un’esperienza unica.

“The late James F. Bowman was writing a serial tale for a weekly paper in collaboration with a genius whose name has not come down to us. They wrote, not jointly but alternately, Bowman supplying the installment for one week, his friend for the next, and so on, world without end, they hoped. Unfortunately they quarreled, and one Monday morning when Bowman read the paper to prepare himself for his task, he found his work cut out for him in a way to surprise and pain him. His collaborator had embarked every character of the narrative on a ship and sunk them all in the deepest part of the Atlantic.”

Com’è possibile che sia potuta accadere una cosa simile, e quante probabilità ci sono che avvenga? Io sostengo che si tratti di un fenomeno molto comune, soprattutto tra autori disorganizzati, non in completa armonia o senza esperienza di scrittura in gruppo.

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