Cinque eroi a cavallo tra due mondi ft. Simon Larocca

Da bambino adoravo le storie in cui dei miei coetanei (anno più, anno meno) si ritrovavano a vivere delle avventure incredibili. Mi aiutavano a viaggiare con la fantasia e a sognare di ricevere una lettera da una scuola di magia, di finire in un altro mondo o di imbattermi in una maschera maledetta (si ringrazia il signor R.L. Stine per i piccoli brividi!). Anche ora apprezzo questo genere di racconti, ma devo ammettere che quando li leggo tendo a identificami più nei personaggi adulti che nei giovani protagonisti (maledetta crescita!). Leggendo il romanzo portal fantasy “La profezia delle cinque gocce” di Simon Larocca, ho pensato fin dalle primissime pagine che da bambino sarei stato felicissimo di ricevere in regalo un libro del genere: di certo avrei vissuto con enorme trasporto le imprese di Nicole, David, Julius, Corinne e Adam a Hyma. Per fortuna il mio “fanciullino interiore” è ancora vivo e vegeto, quindi anche ora che ho qualche anno in più sulle spalle riesco a godermi la magia del mondo creato dall’autore, ricco di personaggi memorabili, poteri affascinanti tutti da scoprire e temibili minacce da sventare.

Siccome sono curioso e mi piace scoprire come nasce e si sviluppa un progetto letterario, oggi ho deciso di fare delle domande a Simon per saperne di più sul percorso che l’ha portato a dare la forma attuale a “La profezia delle cinque gocce”.

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Il valore delle parole: cosa mi ha insegnato il lavoro da traduttrice freelance

Non ho imparato solo a tradurre testi. Ho imparato a tradurre me stessa.

Quando ho iniziato a lavorare come traduttrice freelance, pensavo di aver semplicemente scelto il mio lavoro. Invece stavo iniziando anche una trasformazione personale.

Cercavo autonomia, libertà, indipendenza. Volevo organizzare il mio tempo e prendere le mie decisioni. Non avrei mai immaginato che lavorare con le parole potesse cambiare il modo in cui parlavo con gli altri. E soprattutto il modo in cui parlavo a me stessa.

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Prima di fare la freelance avevo una cattiva abitudine: mi ridimensionavo. Ammorbidivo le frasi. Mi scusavo anche quando non era necessario. Accettavo parole che mi ferivano, ripetendomi “dai, non è niente”. Ridevo su battute che mi sminuivano. Passavo sopra a commenti poco rispettosi. Pensavo che, alla fine, erano solo parole. Non sono mai solo parole.

Foto presa dal web

Il giorno in cui qualcuno ha provato a dirmi: “ti pago in pubblicità”

C’è una frase che non dimenticherò mai. Il primo cliente mi scrisse: “traducimi questo testo e ti pago in pubblicità”. Rimasi immobile davanti lo schermo. Non nego che una parte di me pensò: “forse è un’opportunità”. “Forse dovrei accettare”. “Forse all’inizio funziona così”. L’altra parte, quella razionale, mi ha riportata sulla retta via. Io non pago l’affitto con la visibilità. Non pago le bollette con la visibilità. Non faccio la spesa con la visibilità.

Quella frase conteneva un messaggio implicito, molto più forte di quanto sembrasse: il tuo lavoro non è un vero lavoro. La tua competenza è accessoria, quindi puoi accontentarti. In quel momento ho capito qualcosa che non avevo mai considerato davvero: se non attribuisco io per prima un valore alle mie parole, nessuno lo farà per me.

Ho risposto con educazione, ma con fermezza. Ho spiegato che il mio lavoro ha un valore economico. Che la visibilità non è una forma di pagamento. Che la professionalità merita rispetto.

Non ho più sentito quel cliente. E va bene così. Perché quel giorno non ho perso un incarico. Ho guadagnato un confine.

Tradurre significa scegliere

Fare la traduttrice freelance mi ha insegnato che ogni parola è una scelta. Ogni parola ha un peso. Ogni sfumatura cambia la percezione. Una parola può rendere un testo autorevole. O arrogante. Empatico. O distante. Quando passi le giornate a valutare queste differenze, inizi a notarle anche nella vita personale. Inizi a riconoscere:

  • le parole che non ti fanno stare bene;
  • le parole che ti sminuiscono;
  • le parole che ti etichettano.

E così smetti di considerarle “solo parole”.

La sicurezza: ho imparato a difendere me stessa e il mio lavoro

Dopo quell’episodio qualcosa è cambiato. Ho iniziato a: chiedere compensi adeguati senza giustificarmi, spiegare le mie scelte con sicurezza, dire “no” alle mancanze di rispetto. Difendere il mio lavoro mi ha insegnato a difendere me stessa. La sicurezza non è arrivata tutta insieme. È arrivata attraverso tante piccole prese di posizione. Attraverso e-mail scritte con più chiarezza. Attraverso confini tracciati con più calma e fermezza.

La consapevolezza: le parole possono ferire

Lavorare con le parole mi ha portato a essere più attenta anche nella vita privata. Oggi riconosco più facilmente: le frasi dette “per scherzo” che in realtà colpiscono come le mine, le etichette attribuite con leggerezza, le parole che mi fanno dubitare di me stessa. E ho imparato qualcosa di ancora più importante. Ho imparato a non usare parole dure contro di me. Perché il dialogo interiore è fatto di frasi ripetute ogni giorno. E quelle frasi diventano convinzioni. Se mi ripeto che non valgo abbastanza, prima o poi ci credo. Se mi ripeto che il mio lavoro non è un vero lavoro, mi comporto di conseguenza.

Essere traduttrice freelance mi ha resa più felice. Non solo per l’autonomia e la flessibilità. Ma perché mi sento finalmente allineata. Il mio lavoro richiede precisione, attenzione, rispetto per ogni sfumatura. E questa attenzione è entrata anche nella mia vita. Oggi scelgo meglio le parole che uso. E scelgo meglio quelle da accettare.

Non ho tradotto solo testi. Ho tradotto me stessa. Il mio lavoro mi ha insegnato qualcosa che va oltre la lingua, il lessico e la terminologia specifica. Mi ha insegnato che:

  • il mio tempo ha un valore;
  • le mie competenze hanno un peso;
  • le parole costruiscono realtà.

Quel “ti pago in pubblicità” è stato un punto di svolta. Non perché fosse offensivo in modo esplicito. Ma perché mi ha costretta a decidere chi volevo essere. La professionista che si accontenta o quella che si rispetta? Ho scelto la seconda. E da allora, ogni parola che uso, nel lavoro e nella vita, è una scelta consapevole.

Ti è mai capitato di accettare parole che sminuivano il tuo valore?

O di usare contro te stessa frasi che non useresti con qualcun altro?

Fammelo sapere nei commenti e segui la mia pagina IG: https://www.instagram.com/martinadicarlo_traduttrice/

Un mistico legame con il passato ft. Alexias D’Avino

Scrivere un libro può essere un modo efficace per esplorare meglio dei lati della propria personalità e comprendere più a fondo se stessi. D’altronde quando si creano personaggi e intrecci si tende spesso ad attingere dalle esperienze vissute nel corso della vita , dunque è quasi inevitabile mettere un po’ del proprio vissuto tra le pagine che i lettori andranno a leggere. Nel caso di Alexias D’Avino, scrivere “Areté – La rinascita” è stato importante per ottenere una comprensione ancora più precisa della propria identità, andando a consolidare un percorso iniziato ancor prima della stesura del libro.

Il romanzo, pubblicato da PAV Edizioni, è un fantasy che unisce il presente di Napoli a un passato mitologico capace di far sognare a occhi aperti il lettore. In seguito alla scomparsa del suo ragazzo, Enea, uno dei protagonisti, manifesta dei poteri inspiegabili e scopre di avere un legame con Heles, l’alta sacerdotessa delle Divine Luci di Areté. Antico e moderno si intrecciano in una storia che si svolge tra le strade della città partenopea e i paesaggi della misteriosa isola al centro del Mediterraneo.

Per conoscere meglio “Areté – La rinascita”, lo spin off “Arsinoe dei sussurri – Le Voci di Areté” e il percorso che ha portato alla loro realizzazione, ho deciso di porre alcune domande ad Alexias.

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La sindrome dell’orecchio miracoloso – come origliare da dietro una tenda (inesistente) e far avanzare la trama senza sudare

C’è una scorciatoia narrativa che, nelle serie TV, ritorna con la puntualità di una bolletta: il personaggio che ascolta o vede qualcosa di segreto “per caso”. Non perché abbia indagato, non perché abbia rischiato, non perché qualcuno abbia commesso un errore credibile. No. Semplicemente… era lì. Dietro una finestra senza tende. Dietro una porta socchiusa che nessuno chiude mai. Sotto un balcone dove i dialoghi si recitano a voce da teatro greco.

È comodo, rapido, e spesso ridicolo. Eppure continua a prosperare soprattutto nelle storie piene di segreti, intrighi e rivelazioni compromettenti. Vale la pena capire come funziona questa sindrome, perché viene usata così spesso e osservare alcuni esempi emblematici che l’hanno resa tristemente riconoscibile.

La dinamica è quasi sempre identica. Due personaggi parlano di qualcosa che non dovrebbe essere ascoltato da nessuno, ma lo fanno nel luogo meno sicuro possibile. Salotti con vetrate, cortili aperti, corridoi pubblici, finestre spalancate. A quel punto entra in scena un terzo personaggio che compare magicamente nel raggio acustico o visivo perfetto, come se il mondo stesso si fosse piegato per offrirgli il posto in prima fila. La trama avanza, l’autore tira un sospiro di sollievo e lo spettatore… molto meno.

Il problema non è l’origliare in sé. Il problema è l’assenza totale di causalità narrativa. Non c’è una scelta, non c’è un rischio, non c’è una conseguenza. C’è solo fortuna strutturale, un caso talmente ripetuto da sembrare un meccanismo di sistema.

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Quando l’autore voleva scrivere un genio e ha ottenuto Cheryl Hortencia – caso studio di intenzioni vs resa in scrittura

C’è un fenomeno curioso, frequente e spesso involontariamente comico nella scrittura: l’autore intende creare un personaggio estremamente intelligente…
ma il testo, impietoso, ne produce uno mediocre, presuntuoso e sostenuto solo dalla fortuna.

Cheryl Hortencia, un personaggio scritto non da me all’interno di Lonnieverse, è un caso da manuale.

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Meglio un universo narrativo che un’amicizia rotta per un antipasto

Ci sono amicizie che finiscono per grandi tragedie.
E poi ci sono quelle che muoiono perché qualcuno ha iniziato a mangiare l’antipasto prima.

Non è una metafora. È successo davvero.

Nel tempo ho visto rapporti incrinarsi per inviti a compleanni non arrivati, aspettative non dichiarate, silenzi improvvisi che sembrano cliffhanger scritti male. Persone che spariscono senza spiegazioni, come se il ghosting fosse una forma accettabile di comunicazione adulta. Altre che si risentono per cose mai dette ad alta voce, ma archiviate con cura nel fantastico e deviato reparto mentale dei “rancori futuri”.

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Una vita da cani non è poi così male ft. Gabriele Palumbo

I cani sono adorabili, vero? Piacciono proprio a tutti! Bè, non è del tutto vero… Alex, il protagonista del romanzo “Zampalandia” di Gabriele Palumbo, non li sopporta proprio! Tutta colpa di una brutta esperienza vissuta da bambino (per me vale lo stesso con le api, ma questo è un’altra storia). L’occasione per vendicarsi dei quadrupedi arriva quando diventare il gestore del canile di Torre del Mare, esperienza che però prende una piega imprevista. Per uno strano scherzo del destino, Alex si ritrova in un corpo molto diverso da quello a cui è abituato e deve unire le forze con gli animali per fermare chi vuole sfruttarli per il proprio tornaconto.

Zampalandia è stato pubblicato nel 2023 da PAV Edizioni e nel 2024 è uscito anche il sequel “Zampalandia – Il Vesuvio di patate”. Si tratta di due letture perfette per i bambini ma in grado di appassionare anche gli adulti, soprattutto per colpa della componente mistery. E se non siete ancora convinti a leggerli, scommetto che la mia intervista a Gabriele Palumbo vi farà cambiare idea!

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Scrivere a quattro mani quando la morte risponde: dietro le quinte di Renascent – L’eco della morte

Scrivere a più mani è una di quelle esperienze che tutti consigliano con entusiasmo… salvo poi evitarle come la peste (parlo per esperienza diretta).
Perché non è solo una questione di stile: è una questione di controllo, di fiducia e, spesso, di ego.

Renascent – L’eco della morte nasce proprio lì, in quello spazio delicato in cui due voci devono convivere senza annullarsi.
Il romanzo è costruito a capitoli alternati: io sviluppo gli eventi dal punto di vista della detective Eva Halloway, mentre il caro Alessandro Bolzani egue il POV di Victor Fullard, protagonista dotato di un potere tanto semplice quanto disturbante: può far risorgere i morti.

Il tema centrale è, inevitabilmente, la morte.
Ma quello che ci interessava davvero era il dopo.

Due personaggi, due tensioni opposte

Victor ed Eva non sono solo due punti di vista narrativi: sono due idee di mondo che collidono.

Victor è riflessivo, cupo, spesso paralizzato dal peso delle proprie capacità. La resurrezione, per lui, non è un dono, ma una responsabilità ingestibile. Ogni ritorno alla vita è un errore che, poco alla volta, a ogni scoperta, si accumula.

Eva, al contrario, è una detective estremamente acuta, deduttiva, arrivista. In passato voleva essere un’influencer; appena entrata in polizia cercava visibilità, riconoscimento, notorietà. Non l’ha mai davvero ottenuta.
E questo la rode.

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Dieci sorrisi, una verità che fa male – ft. Maria Rubino

Nel panorama dei racconti brevi che sanno colpire senza alzare la voce, Dieci sorrisi di Maria Rubino è uno di quelli che restano addosso.
Maria Rubino ha prodotto negli anni diversi racconti, muovendosi con naturalezza tra introspezione, fragilità emotive e dinamiche relazionali complesse. Questo testo, in particolare, mi ha colpito per la sua lucidità spietata: una storia che non cerca scorciatoie morali, ma accompagna il lettore dentro un amore che lentamente si trasforma in prigione.

Ecco un estratto:

Mi ha sorriso dieci volte. Mi ha picchiata molte di più.
La prima volta, ero sul treno.
Lottavo con la borsa, la sciarpa e, soprattutto, la morsa allo stomaco dopo l’incontro con la relatrice della tesi.
Il controllore aveva deciso che era il giorno giusto per fermarsi davanti a me e
chiedere il biglietto, che, stupidamente, non avevo obliterato.
Guance in fiamme, guardavo sottecchi intorno e, proprio in quel momento, incrociai il suo sguardo.
Jeans, capelli scuri e un sorriso che poteva far sbocciare i fiori di pesco in inverno.
Quelli a cui pensi quando torni a casa, il giorno dopo e l’altro ancora.
Quelli a cui pensi, anche se non dovresti.
La seconda volta ero al bar. Ultimo esame concluso; un caffè prima di prendere il pullman.
«Il caffè non si prende da sola», sussurrò, invitandomi al suo tavolino.
Solo una colazione, mi dicevo, ma il mio corpo la pensava diversamente.
Voce bassa, sguardo in giù: faticavo a riconoscermi.
«Mi chiamo Luca.» Il secondo sorriso, così potente che sembrava poter fermare il tempo. «Ho finito giurisprudenza, ora faccio un tirocinio nello studio legale Doriani.»

Per Pillole di Folklore e Scrittura ho immaginato un’intervista che provasse ad andare sotto la superficie del racconto, interrogandone i temi, le scelte narrative e il non detto.

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Rexon Vale – Come scrivere un villain meta senza distruggere la tua storia

Scrivere un villain è una questione di funzione. Scrivere un buon villain è una questione di conflitto. Scrivere un villain meta, invece, è una questione di responsabilità.

Responsabilità verso il mondo narrativo che stai costruendo.
Responsabilità verso il lettore.
Responsabilità, soprattutto, verso le regole invisibili che tengono insieme la sospensione dell’incredulità.

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