Storie plot-driven e character-driven: quali sono le differenze?

Storie plot-driven e character-driven: quali sono le differenze?

Si tende spesso a suddividere le storie in due macrotipologie: “character-driven” e “plot-driven”. Come suggeriscono i nomi, in un caso si tende a porre in primo piano i personaggi e i loro conflitti interiori, mentre nell’altro sono gli eventi che si susseguono a fare la parte del leone. Entrambi gli approcci possono portare a dei risultati più che dignitosi, a patto che lo scrittore riesca a evitare alcune trappole piuttosto insidiose e a trovare il giusto equilibrio tra gli elementi che compongono il racconto.

Le caratteristiche delle storie plot-driven

Nelle storie plot-driven i personaggi tendono a reagire a quello che succede attorno a loro. Un esempio classico sono i film d’azione in cui l’eroe di turno deve salvare la figlia del presidente, fermare il piano di terroristi senza scrupoli o impedire l’esplosione di una bomba. Anche le commedie romantiche in cui il personaggio principale si trova per tutto il tempo in balia degli eventi rientrano in questa categoria.

Pur presentando dei momenti di introspezione, “Il codice Da Vinci” è un tipico esempio di storia plot-driven

In questi tipi di storie il tempo dedicato alla riflessione e ai conflitti interiori non è mai tantissimo, almeno nella maggior parte dei casi, e spesso lo spettatore tende a tifare per i personaggi più per il loro carisma che per la loro psicologia. Sebbene un simile approccio alla trama possa dare vita a delle opere di intrattenimento godibilissime, il rovescio della medaglia è una scarsa profondità generale che rende l’impatto sul lettore/spettatore più ridotto. Un personaggio che si limita a reagire agli eventi, senza mai diventare il “motore” del cambiamento dello status quo, rischia di essere percepito come una macchietta bidimensionale in cui è difficile rispecchiarsi.
Per rendere la narrazione più avvincente è importante ricordarsi che spesso ciò che conta davvero non è quello che accade nel corso della trama, ma l’impatto che ha sui protagonisti. Dopotutto, perché il lettore dovrebbe provare ansia per un combattimento che i comprimari affrontano senza battere ciglio o tristezza per una morte di cui non si parla più dopo due righe?

Alla ricerca di un equilibrio

Per come la vedo io, gli eventi devono sempre avere delle conseguenze sui personaggi, anche quando si scrive una storia plot-driven. L’autore deve saper valutare quando è il caso di inserire un momento dedicato all’introspezione, senza togliere troppo spazio all’azione o al rapido susseguirsi delle vicende. Si tratta di un equilibrio senz’altro difficile da trovare, ma che può far acquisire il giusto spessore a quella che altrimenti rischierebbe di diventare l’ennesima storiella divertente da dimenticare dopo un paio di giorni.

Le caratteristiche delle storie character-driven

Nelle storie character-driven i riflettori sono puntati sui conflitti interiori del protagonista, che spesso lo portano a diventare in prima persona il punto di rottura dello status quo. È il caso, per esempio, del classico liceale timido e insicuro che prova a crescere affrontando nuove esperienze o dell’uomo fissato con la carriera che in seguito al divorzio cerca di trovare un maggior equilibrio tra lavoro e vita privata. Le decisioni dei personaggi hanno un peso importante, così come le loro conseguenze. Un esempio perfetto è la serie tv Breaking Bad, in cui gli eventi sono messi in moto dalla decisione del protagonista, Walter White, di iniziare a produrre metanfetamine per guadagnare abbastanza soldi da permettere alla sua famiglia di vivere bene anche dopo la sua morte.

In Breaking Bad è l’evoluzione (non per forza positiva) dei personaggi a portare avanti la trama

Nei racconti character-driven anche le relazioni tra il protagonista e gli altri personaggi acquisiscono uno spessore maggiore. È raro che un legame di amicizia o di amore non sia approfondito, a meno che il suo peso nell’economia della storia non sia davvero marginale. Nella maggior parte dei casi, le interazioni interpersonali hanno delle conseguenze sullo svolgimento della trama o sul modo in cui il protagonista vede il mondo o si approccia a vari elementi della sua vita. Per fare un esempio, la crescita personale di Harry Potter è influenzata tanto dalle interazioni (perlopiù positive) con Albus Silente quanto da quelle (perlopiù negative) con Severus Piton.

In un racconto character-driven non è inconsueto avere per tematiche centrali conflitti irrisolti, traumi personali, lotte per l’autodeterminazione o scontri socioculturali. Quasi tutto quello che accade a livello di trama ha un grande impatto sul protagonista, rendendo più facile creare un legame emotivo con il lettore e trasmettere delle sensazioni forti. Dopotutto, è più facile provare empatia nei confronti di qualcuno di cui conosciamo la visione del mondo, i pregi e i difetti, le paure e le ambizioni.

La “trappola” da evitare

Scrivendo un racconto character driven può capitare di cadere in una “trappola” piuttosto tipica: dare fin troppo spazio ai personaggi, sacrificando il pacing della storia e creando degli interi capitoli in cui “non succede nulla”. Per quanto possa essere seducente l’idea di riempire pagine su pagine di elucubrazioni mentali, bisogna sempre ricordare che la parte più bella di un racconto è assistere all’evoluzione del protagonista e che quest’ultima può verificarsi solo quando il personaggio smette di rifugiarsi all’interno della sua mente e inizia a vivere sulla propria pelle vari eventi.
Non devono essere per forza delle grandi avventure: anche una semplice telefonata può offrire degli spunti narrativi interessanti, se sfruttata bene. Anche in questo caso bisogna diventare bravi a trovare il giusto equilibrio tra l’introspezione e “l’azione” (nel senso più generico del termine). Non ha senso ridurre tutto a delle aride cifre, ma giusto per rendere l’idea mi piace pensare che nel racconto character-driven ideale il 70% del tempo sia dedicato ai conflitti personali e il restante 30% agli eventi. In una storia plot-driven queste percentuali sarebbero invertite.
Chiaramente nulla vieta di mischiare i due approcci e di arrivare a una distribuzione diversa dei due elementi. La creatività è l’unico vero limite di uno scrittore e sperimentare è il modo migliore per trovare l’equilibrio più adatto al proprio stile di scrittura.

Autore: Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro e sono l'autore del romanzo urban fantasy "I Guardiani dei Parchi". Nella vita faccio il giornalista, ma qui su Wordpress gestisco il blog "Pillole di Folklore e Scrittura", dove parlo di libri, mitologia, credenze popolari e, in generale, di tutto ciò che mi appassiona.

1 commento su “Storie plot-driven e character-driven: quali sono le differenze?”

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