La solitudine in scrittura creativa

Caratterizzare un personaggio non è un’impresa facile: spesso bisogna bilanciare aspetti positivi e negativi, al fine di creare una figura complessa, sfaccettata e credibile.
Uno di questi aspetti che ho sempre trovato interessante, in un personaggio, è quello della solitudine.
I motivi per cui un personaggio può essere solo possono essere molteplici: è rimasto orfano perché i suoi genitori sono stati uccisi, è vittima di bullismo, si isola perché non riesce a rapportarsi alle altre persone, ha paura di mostrare chi è veramente, eccetera.

La solitudine è un dolore che avvolge le persone come una spire, da cui non si può sfuggire.
Non c’è tristezza più grande del desiderare di avere qualcuno che ti ami, e renderti conto, invece, della morsa gelida di non avere nessuno.

Forse è per questo che, personalmente, ho sempre trovato facile immedesimarmi in personaggi simili.
Si tratta di personaggi abbandonati a loro stessi, ingiustamente bistrattati dal prossimo, considerati nullità, reietti, rifiuti.
E proprio questi personaggi sono i primi, passo dopo passo, a “cacciare” fuori un’energia di rinascita e di attaccamento verso il prossimo che non vacilla di fronte ad alcun ostacolo.

Dunque, come si può rappresentare correttamente una realtà del genere?
A mio avviso, la solitudine non è mai qualcosa di detto, ma qualcosa che si sente, che si vede.
Un personaggio solo tenderà a tenere le distanze, o ad avvicinarsi subito. Tenderà a esprimersi il giusto necessario, o ad aprirsi troppo. Tenderà a seguire la sua routine quasi usandola da scudo, o a seguire immediatamente gli altri.
In ogni caso, il suo sguardo sarà lontano, diffidente. Di sofferenza.

Dietro la solitudine, spesso, c’è un bisogno.
Il bisogno che la propria esistenza venga riconosciuta, apprezzata e amata da qualcun altro.
Questo nel caso, ovviamente, la solitudine non sia una scelta personale di vita, e qualcosa con cui si trovi perfettamente, perfettamente a proprio agio.

La solitudine, in narrativa, può anche dar vita a bellissime evoluzioni del personaggio.
Combattere un dolore così grande, sforzarsi per trovare dei vincoli, dei legami, e una propria identità può far spingere il proprio personaggio lontano, come Naruto Uzumaki (nella copertina dell’articolo).
Ogni legame conquistato, ogni passo in avanti per dimenticare chi si è stati e cosa si è dovuto patire, diventeranno qualcosa che il proprio personaggio potrà esprimere semplicemente con il proprio modo di essere.
Altrimenti, la solitudine può causare l’effetto opposto: portare un personaggio alla follia, al rancore, trasformandolo in una figura degenerata e piena d’odio.

Il personaggio di Gaara in Naruto: sconfitto dalla solitudine e dal rifiuto altrui, diviene un assassino psicopatico e senza alcuno scrupolo.

Autore: Gabriele Glinni

Dottore in Mediazione Linguistica con riguardo verso la traduzione specialistica. Amante della scrittura creativa e autore del romanzo Ascend-ent. Sostenitore dell'arte della composizione di messaggi efficaci ed eloquenti.

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