L’Aula Ottagona, il Planetario – Folklore romano #7

L’Aula Ottagona, più comunemente conosciuta come il Planetario, è riuscita a scampare alle ingiurie dei secoli, mantenendo così la sua imponenza e maestosità.

Del valore di un miliardo, il congegno simula la volta del cielo con le sue costellazioni, i suoi astri e i suoi movimenti, assolvendo tre scopi importanti: divulgazione scientifica, attività culturali e spettacolo.
Questo grazie a un gioco di luci che evidenziava gli astri, in genere quelli effettivamente visibili in quella determinata sera.

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Porta Salaria: una delle Porte scomparse – Folkore romano #6

Le antiche Porte romane delle Mura di Roma sono oggigiorno immerse e soffocate dalla Città Nuova e dal frastuono del suo traffico. Altre sono andate perse o distrutte.

Tra di queste figura Porta Salaria: aperta da Aureliano quando volle estendere la cinta delle mura, e poi restaurata da Belisario e da Narsete, sorgeva in quella che è oggi piazza Fiume e immetteva nella via Salaria.

Nel 409, entrarono i Goti di Alarico dopo una lunga resistenza degli assediati. I barbari incendiarono i Giardini Sallustriani e gli edifici prossimi all’entrata, sfogando poi per tre notti la loro ira con morti e devastazioni, saccheggiamenti e furti.

Belisario allora cercò di provvedere alla sicurezza malferma di Roma, restaurando le mura in gran parte cadenti, rifacimenti che purtroppo si rivelarono inutili e poco efficaci.

Un’invasione in un certo senso positiva fu quella del settembre 1870, quando le truppe italiane entrarono in Roma attraverso la famosa “Breccia di Porta Pia“. Nel punto dove i Bersaglieri si aprirono il varco, alle mura ricostruite è addossato un prospetto in marmo ove sono ricordati i nomi dei soldati caduti in battaglia.

La porta fu abbattuta nel 1871 dopo essere stata danneggiata dai cannoneggiamenti del 1870. Venne poi ricostruita nel 1873 dal Vespignani, ma subì un’ultima, definitiva demolizione nel 1921 per ragioni di viabilità. Sul selciato si nota ancora il tracciato dell’originale della porta, “disegnata” con cubetti di porfido.

Chiesa di Sant’Agata de’ Goti – Folklore romano #5

Nel quartiere di Monti, poco discosta dal quadrivio di via Panisperna, affacciata su via Mazzarino, troviamo l’antica chiesa di Sant’Agata de’ Goti.
La fronte è del ‘700, dovuta a Francesco Ferrari; poco oltre troviamo un cortiletto del 1633 pieno di vegetazione, che impedisce il filtrarsi della luce e dei rumori.

Il portale della chiesa si trova accanto a lapidi e tombe antiche, e da qui arriviamo al bellissimo interno, adornato di mosaici bizantini dal console romano, di origine gote, Flavio Ricimero, da cui la chiesa venne fondata, nel V secolo.

Allora perché il nome “Chiesa di Sant’Agata dei Goti”?

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Le fontane di piazza Barberini e l’acqua di miele – Folklore romano #4

Piazza Barberini ha per sfondo il palazzo omonimo e mette in risalto, in tutta la sua gloria, la Fontana del Tritone, realizzata dall’artista Bernini su ordine di Urbano VIII.

La fontana è formata da quattro delfini che sostengono una conchiglia aperta. Su di essa siede il “glauco”, che, a giudicare dalla posizione, sembra voler prendere fiato per suonare, ma dalla sua bocca fuoriesce uno zampillo d’acqua.

Al cominciare di via Veneto si trova l’altra Fontana: quella delle Api. Realizzata sempre da Bernini per conto di Urbano VIII, è formata da una grande conchiglia posta accanto all’ape regina che sembra volare verso l’alto. Le due api, invece, mostrano di dissetarsi nella vasca e spruzzano l’acqua. Le api alludono allo stemma di Barberini.

Si dice che l’acqua, ai tempi dell’artista Bernini, fosse rara nelle case più modeste. Dunque Bernini, a cui era stato concesso di beneficiare di un certo quantitativo di acqua, la rivendesse a prezzo alto.
Il popolo romano, in collera, si trovava a commentare sul fatto che le api della fontana “succhiassero l’acqua per poi ridurla in minuscoli getti” (le stesse api che il papa celebrava nell’atto di “succhiare il miele”, dunque con un significato ben differente rispetto alla detta insinuazione).

La finestra della vecchina – Folklore romano #3

Uno degli edifici più imponenti di Roma, che rivolge una fronte verso via del Gesù, l’altra verso la piazza del Gesù, è il palazzo Altieri, uno dei più imponenti di Roma ad opera di Giovanni Antonio de Rossi, architetto illustre noto verso la metà del 1600.

Una curiosità del palazzo è proprio la cosiddetta “finestra della vecchina”, una finestrella che sembra essere fuori posto, e che si nota all’inizio della via.
Alla finestra è legata un curioso racconto: una vecchietta, molto affezionata alla sua casetta, ne rifiutasse l’esproprio. Quando venne costruito il palazzo Altieri, lei fu minacciata di rappresaglie e si rivolse al proprietario, il Cardinale Altieri (in seguito Papa Clemente X).

Il suo desiderio di mantenere intatta la casetta fu onorato: l’edificio venne lasciato intonso e anzi incorporato nel palazzo Altieri, dove la vecchina poté vivervi tranquillamente, godendo di una pensione pontificia.

In realtà non tutti sono d’accordo su quale sia effettivamente la finestra della vecchina, poiché le finestre fuori posto sono due, l’una ben lontana dall’altra.

La casa dei mostri – Folklore romano #2

La cosiddetta casetta dei mostri di via Gregoriana, creata nel tardo ‘500, è un miscuglio di arte tardo-rinascimentale, manierismo e severa arte della controriforma, che ha dato vita ad altre creazioni surreali site a Tivoli, Frascati e altre località. Un preludio delle fantasie del barocco.

La leggenda vuole che i papà romani portassero i figli dinanzi tale casa per stupirli e ammonirli, dicendo loro che, se avessero disubbidito, il “babau” li avrebbe mangiati. Il babau è infatti un mostro che porta in testa il timpano come un cappello e spalanca una bocca enorme, la porta della casetta.

Il palazzo è inoltre stato caro a D’Annunzio, essendo infatti menzionato nel romanzo Il piacere, e si dice sia stato la residenza di Salvator Rosa.
Al giorno d’oggi, assieme al palazzo adiacente, la casetta dei mostri è parte della Biblioteca Hertziana, una raccolta di libri d’arte e storia dell’arte consultabile dagli studiosi.

La pietra scellerata – Folklore romano #1

La Pietra scellerata: una pietra veneratissima con un nome curioso, posizionata all’interno della chiesa di san Vito e Modesto, in via Carlo Alberto.
Questo nome deriva da una tradizione così antica da esserci pervenuta incompleta.
Si dice che questa pietra servì al martirio di uno o più Santi della primissima era cristiana, forse per schiacciarne i corpi (come vediamo in un affresco all’interno di san Stefano Rotondo), oppure per tenerli legati. Non si sa però chi siano questi martiri.

La devozione dei fedeli li portò addirittura a rosicchiare la pietra: si nota infatti che la superficie in marmo è stata scavata e rovinata.
Si tratta di una tradizione medievale legata al raschiare tale “Santa Lastra”: si credeva che mangiarne la polvere fosse un toccasana contro le malattie e specificamente il morso dei cani rabidi.

La chiesa di san Vito e Modesto a Roma.

Uno dei monumenti più interessanti e peculiari della chiesa, sita in piazza Vittorio, luogo di culto cattolico la cui costruzione terminò nel 1477.

Per approfondire: https://www.romasegreta.it/esquilino/ss-vito-e-modesto.html