La finestra della vecchina – Folklore romano #3

Uno degli edifici più imponenti di Roma, che rivolge una fronte verso via del Gesù, l’altra verso la piazza del Gesù, è il palazzo Altieri, uno dei più imponenti di Roma ad opera di Giovanni Antonio de Rossi, architetto illustre noto verso la metà del 1600.

Una curiosità del palazzo è proprio la cosiddetta “finestra della vecchina”, una finestrella che sembra essere fuori posto, e che si nota all’inizio della via.
Alla finestra è legata un curioso racconto: una vecchietta, molto affezionata alla sua casetta, ne rifiutasse l’esproprio. Quando venne costruito il palazzo Altieri, lei fu minacciata di rappresaglie e si rivolse al proprietario, il Cardinale Altieri (in seguito Papa Clemente X).

Il suo desiderio di mantenere intatta la casetta fu onorato: l’edificio venne lasciato intonso e anzi incorporato nel palazzo Altieri, dove la vecchina poté vivervi tranquillamente, godendo di una pensione pontificia.

In realtà non tutti sono d’accordo su quale sia effettivamente la finestra della vecchina, poiché le finestre fuori posto sono due, l’una ben lontana dall’altra.

La dea Mefite – Pillole di Folklore # 36

Mefite era una divinità italica associata all’acqua e venerata in luoghi in cui era quasi sempre presente un fiume o un lago. Alcuni rinvenimenti archeologici hanno documentato la presenza del suo culto in Lazio, Molise e Abruzzo, oltre che nel territorio dell’Irpinia e in Lucania. Era la protettrice della fertilità dei campi e della fecondità femminile. Pare che il suo culto fosse legato anche al rito della transumanza. Non era raro, infatti, trovare delle aree sacre dedicate alla dea nei percorsi tratturali.

Nella valle d’Ansanto viene identificato col nome di Mefite un piccolo lago di origine solfurea, le cui esalazioni sono nocive per l’uomo. In passato, vicino al lago era stato eretto un tempio dedicato alla dea. È opinione comune che, col passare del tempo, la divinità sia stata sempre più associata alle esalazioni dello zolfo, fino a diventare una entità malefica legata alle paludi sulfuree e alla morte. Talvolta veniva però anche associata ai benefici delle acque termali e solforose.

È probabile che Mefite abbia perso il suo status di protettrice dell’acqua in seguito alla romanizzazione del territorio italiano e all’introduzione di nuove divinità. Le trasformazioni che il culto di questa dea ha subito nel corso dei secoli sono molto affascinanti e degne di interesse.

Per approfondire:

https://www.romanoimpero.com/2011/03/culto-di-mefite.html

La Dea Mefite e la Valle di Ansanto

La casa dei mostri – Folklore romano #2

La cosiddetta casetta dei mostri di via Gregoriana, creata nel tardo ‘500, è un miscuglio di arte tardo-rinascimentale, manierismo e severa arte della controriforma, che ha dato vita ad altre creazioni surreali site a Tivoli, Frascati e altre località. Un preludio delle fantasie del barocco.

La leggenda vuole che i papà romani portassero i figli dinanzi tale casa per stupirli e ammonirli, dicendo loro che, se avessero disubbidito, il “babau” li avrebbe mangiati. Il babau è infatti un mostro che porta in testa il timpano come un cappello e spalanca una bocca enorme, la porta della casetta.

Il palazzo è inoltre stato caro a D’Annunzio, essendo infatti menzionato nel romanzo Il piacere, e si dice sia stato la residenza di Salvator Rosa.
Al giorno d’oggi, assieme al palazzo adiacente, la casetta dei mostri è parte della Biblioteca Hertziana, una raccolta di libri d’arte e storia dell’arte consultabile dagli studiosi.

La ciambella di San Biagio

Oggi mi farebbe piacere parlarvi di un dolce tipico della mia città, L’Aquila: la ciambella di San Biagio. Se vi capitasse di venire a L’Aquila i primi di febbraio notereste che in tutte le pasticcerie della città, i forni, i supermercati e i negozietti di alimentari di paese non possono mancare pile e pile di ciambelle dorate decorate con granella di zucchero e ciliegie sulla superficie.

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I giorni della merla, qual è la loro storia? – Pillole di Folklore # 31

Tradizionalmente, gli ultimi giorni di gennaio e il primo febbraio sono considerati i giorni più freddi dell’anno (sebbene questa convinzione non sia supportata da prove scientifiche) e in varie regioni italiane sono noti come “giorni della merla”. Ma da dove deriva questo nome curioso? Per rispondere a questa domanda è necessario scavare un pochino nel folklore della Penisola.

Secondo una leggenda, un tempo una merla dalla livrea nera e i suoi pulcini, dello stesso colore, entrarono in un comignolo per cercare riparo dal freddo. Rimasero in quel rifugio improvvisato fino al primo giorno di febbraio. Quando tornarono all’aperto, gli uccelli scoprirono di essere diventati grigi per colpa della fuliggine. Da quel momento in poi, tutti i merli femmina e i piccoli della specie furono grigi.

Esistono moltissime varianti regionali della leggenda, tutte più o meno pittoresche ed elaborate. Quel che generalmente le accomuna è il tentativo di dare una spiegazione fantasiosa al dimorfismo sessuale esistente tra il maschio e la femmina del merlo. Il primo è completamente nero o bruno scuro e ha un becco di colore arancione, mentre la seconda è bruna e presenta un becco più scuro.