Dopo anni passati a leggere libri e fumetti, guardare film e giocare ai videogiochi si ha spesso la sensazione di aver “già visto tutto” e di essere in grado di azzeccare quasi tutti i colpi di scena e le svolte narrative. Questo succede perché alla base di varie storie ci sono dei luoghi comuni che sono ormai entrati a far parte dell’immaginario collettivo. Un esempio può essere il poliziotto burbero ma dal cuore d’oro o il donnaiolo incallito che inizia a cambiare quando incontra l’amore della sua vita. Quando si ha una certa familiarità con queste figure ricorrenti, può diventare semplice capire quale ruolo svolgeranno nella storia e come si comporteranno nelle varie situazioni. Per evitare di scadere nel banale, molti scrittori preferiscono evitare del tutto di ricorrere a personaggi e situazioni stereotipate. Non è una scelta sbagliata, ma credo che ci si possa divertire ancora di più giocando con i cliché e i luoghi comuni per cogliere il lettore di sorpresa e portare il racconto in una direzione inaspettata.
Continua a leggere “Giocare con le aspettative del lettore per stupirlo”Autore: Alessandro Bolzani
Dracula, Bram Stoker e il Sud Italia: un legame insospettabile
[A cura di Raffaello Glinni]
Nella nostra mente collochiamo Bram Stoker nel mondo anglo-irlandese, ma tale convinzione non corrisponde totalmente al vero.
La famiglia di Stoker, il padre Abram, la moglie e le sorelle, si era, infatti, trasferita a Napoli, dove il padre lavorava per vari nobili anglo-irlandesi.
Il 12 ottobre 1876 in tale località il padre morì e fu seppellito nel cimitero di Cava dei Tirreni, sicché Bram raggiunse la madre e le sorelle lo stesso anno, e soggiornò in Sud Italia per tre mesi compiendo taluni viaggi in treno.
Di tali soggiorni sono rimasti alcuni appunti di viaggio, recentemente pubblicati nel libro “The lost journal of Bram Stoker” raccolti dal discendente diretto Drake Stoker.
Continua a leggere “Dracula, Bram Stoker e il Sud Italia: un legame insospettabile”Pillole di Folklore # 21 – Mabon
Nel neopaganesimo, Mabon è la festa che celebra l’equinozio d’autunno. Prende il nome da Maponos, il dio celtico della giovinezza. Lo scopo della festività è ringraziare la natura per i frutti che ha donato durante la bella stagione e prepararsi per l’inverno, spesso lungo e rigido.
Anche i Celti festeggiavano l’equinozio d’autunno. Come tutte le loro feste, anche questa rappresentava una buona occasione per celebrare il rapporto tra la comunità e la Terra o la Dea Madre.
Pillole di Folklore # 20 – Il Wendigo
Molti miti nascono per scoraggiare comportamenti dannosi per l’intera società. La leggenda del Wendigo non fa eccezione: è stata creata dai nativi americani della regione dei grandi laghi per disincentivare la pratica del cannibalismo.
Questa creatura simile a una belva nasce infatti quando un essere umano consuma per lungo tempo la carne dei suoi simili. Il Wendigo viene spesso associato all’inverno e ciò non deve stupire: era proprio durante la stagione più rigida che il cibo scarseggiava e la tentazione di ricorrere al cannibalismo per sopravvivere diventata sempre più forte.
Gli uomini che si tramutano in un Wendigo assumono delle fattezze bestiali. Il loro aspetto ricorda quello di un terrificante cervo scheletrico in grado di camminare sulle zampe anteriori. Non hanno labbra e le loro zanne aguzze sono sempre visibili. Il loro udito è incredibilmente sviluppato e ciò li rende dei cacciatori pericolosissimi, specialmente di notte. Ciò che li rende ancora più pericolosi è la loro capacità di spostarsi velocemente e di imitare la voce umana.
Per approfondire:
https://www.ranker.com/list/wendigo-facts/lyra-radford
Pillole di Folklore # 19 – Agni
Nella mitologia indiana, Agni è il dio del fuoco, figlio di Dyaus, divinità del cielo, e di Prithvi, divinità della terra. È inoltre un invincibile guerriero, nonché il creatore del luogo della cremazione e del luogo della foresta. È lui a portare alle altre divinità le offerte votive degli uomini. Rappresenta il “fuoco universale” che anima tutti i processi biologici dell’uomo.
Viene rappresentato come un uomo dalla pelle rossa con quattro braccia, tre gambe e due teste. Cavalca sempre un ariete e in mano tiene degli attrezzi utili a ravvivare il fuoco e un cucchiaio usato durante i sacrifici.
Per approfondire:
Pillole di Folklore # 18 – Icaro
Icaro è una delle figure tragiche della mitologia greca più famose. Era il figlio di Dedalo, il creatore del labirinto del Minotauro. Quando Teseo uccise il mostro e salvò Arianna, il Re Minosse accusò Dedalo di averlo aiutato e lo fece imprigionare nella parte più alta del palazzo di Cnosso assieme a Icaro, che a quel tempo era un bambino di soli dieci anni.
Dopo aver passato alcuni giorni nella loro cella senza cibo né acqua, Dedalo escogitò un piano per evadere. Chiese a Icaro di arrampicarsi sul soffitto e di recuperare i favi di un alveare e le penne di alcuni uccelli. Utilizzando quei materiali, il geniale inventore riuscì a creare delle ali di cera per sé e per il figlio. Dopo aver allacciato le ali sulla schiena, padre e figlio si arrampicarono sul davanzale e si gettarono nel vuoto.
Durante il volo, Dedalo raccomandò a Icaro di non volare troppo vicino al sole, altrimenti la cera che teneva insieme le sue ali si sarebbe sciolta facendolo precipitare. Il bambino però era troppo emozionato da quella nuova esperienza e non ascoltò il saggio consiglio del padre. Si avvicinò troppo al sole e, proprio come aveva previsto Dedalo, il calore sciolse la cera e le penne iniziarono a staccarsi una dopo l’altra. Di fronte allo sguardo sgomento del padre, Icaro precipitò in basso e non tornò mai più in cielo. Dedalo continuò a volare verso la Sicilia piangendo la morte del figlio e le Nereidi trasformarono ogni sua lacrima in una perla di saggezza.
Per approfondire:
Plot armor, cos’è e perché può danneggiare un racconto
Si parla di plot armor quando il protagonista o uno dei personaggi principali di un racconto esce illeso, a livello fisico o psicologico, da una situazione in cui, a rigor di logica, dovrebbe subire una sconfitta. Un esempio classico è l’eroe che sopravvive a una ferita mortale senza alcuna spiegazione plausibile o che si salva in ogni situazione difficile per pura fortuna. Se nella trama sono presenti troppe situazioni di questo genere, si corre il rischio di mettere a dura prova la sospensione dell’incredulità del lettore, che potrebbe arrivare a pensare “A X va sempre tutto bene solo perché svolge un ruolo importante nella storia!”.
Continua a leggere “Plot armor, cos’è e perché può danneggiare un racconto”Pillole di Folklore # 17 – Quetzalcoatl e i Tezcatlipocas
Nella mitologia azteca, Quetzalcoatl è il dio del vento, di Venere, dell’alba, dei mercanti e delle arti, dei mestieri e della conoscenza. Il suo nome può significare “serpente divino” oppure “gemello prezioso”. Egli è infatti il gemello di Xolotl, dio dei lampi e personificazione demoniaca di Venere, la stella della sera.
Esistono varie leggende riguardanti la nascita della divinità. In quella che reputo più interessante, si narra che Quetzalcoatl nacque dall’unione di Ometecuhtli, dio del fuoco, e della sua sposa Omecihuatl, dea della creazione. Lui e i suoi tre fratelli (Tezcatlipoca, Xipe Totec e Huitzilopochtli) sono noti come i Tezcatlipocas, rappresentano i quattro punti cardinali e a ognuno di loro è associato un colore differente. Quetzalcoatl è il Tezcatlipoca bianco e presiede sull’ovest; Huitzilopochtli è il Tezcatlipoca blu e presiede sul Sud; Xipe Totec è il Tezcatlipoca rosso e presiede sull’est; infine sul nord regna il Tezcatlipoca nero, noto semplicemente come Tezcatlipoca.
Secondo la leggenda del quinto sole, narrata da Bernardino de Sahagún (missionario spagnolo del sedicesimo secolo), all’inizio esistevano solo i quattro Tezcatlipoca e furono loro a creare il mondo. A causa del conflitto tra Quetzalcoatl e Tezcatlipoca, il mondo venne creato e distrutto più e più volte. In seguito, i due fratelli riconobbero i loro errori e decisero di appianare le loro divergenze per creare una volta per tutte il mondo.
Continua a leggere “Pillole di Folklore # 17 – Quetzalcoatl e i Tezcatlipocas”Pillole di Folklore # 16 – Il Leviatano
Nella mitologia ebraica il Leviatano è un gigantesco mostro marino dalla forza spropositata. Simboleggia il caos primordiale e nella Bibbia viene utilizzato spesso per rappresentare la potenza divina. Alcuni studiosi delle sacre scritture ritengono che il drago dell’Apocalisse possa proprio essere un Leviatano.
È in grado di sputare fuoco e dalle sue narici esce del fumo. Quando nuota nel mare, l’acqua attorno a lui ribolle. Ha una pelle resistentissima, impossibile da scalfire con le armi create dall’uomo. È in grado di inghiottire momentaneamente il sole e la luna, dando così modo alle forze del male di agire indisturbate nelle tenebre.
Nella Bibbia si narra che durante il quinto giorno della creazione, Dio diede la vita a due Leviatani, uno maschio e uno femmina. Si rese ben presto conto però che le due creature erano troppo pericolose e che una loro possibile unione avrebbe potuto condurre il mondo a una fine alquanto prematura. Uccise quindi il Leviatano femmina e utilizzò la sua pelle per realizzare degli abiti per Adamo ed Eva.
Continua a leggere “Pillole di Folklore # 16 – Il Leviatano”Ha senso imporsi un numero minimo di parole da raggiungere?
Rileggendo “On Writing”, un ottimo libro in cui Stephen King parla della sua vita e della scrittura creativa, mi sono imbattuto in un passaggio che mi ha lasciato un po’ perplesso. Nella parte centrale del romanzo, l’autore del Maine invita tutti gli aspiranti autori a scrivere almeno 1.000 parole al giorno (la metà esatta della sua media giornaliera). Di per sé non è un consiglio del tutto sbagliato: dedicare ogni giorno un po’ di tempo alla scrittura è un ottimo modo per restare allenati e dare vita alla storia che si desidera raccontare quando è ancora fresca nella propria mente. Ciò che mi lascia perplesso è l’invito a fissare un numero minimo di parole da raggiungere. Quando uno scrittore alle prime armi si siede di fronte a un computer o a un pezzo di carta, l’ultima cosa di cui ha bisogno è una fredda cifra a cui guardare con timore, soprattutto se ha poco tempo libero da dedicare alla scrittura.
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